PALERMO – Laura Bonafede ottiene uno sconto di pena, da 11 e 4 mesi a 9 anni, ma l’accusa di mafia regge anche in appello.
Il suo ruolo sarebbe andato molto oltre quello di amante, confidente e depositaria dei segreti di Matteo Messina Denaro. La maestra Bonafede sarebbe stata un’associata mafiosa. Per un periodo avrebbe convissuto con il capomafia. Poi si erano allontanati per prudenza. Infine, poco prima dell’arresto, tornarono a incontrarsi davanti al banco salumi di un supermercato.
Laura Bonafede è figlia del boss deceduto Leonardo, cugina del geometra Andrea Bonafede, l’uomo che ha prestato l’identità al padrino per curarsi, del dipendente comunale, e omonimo del geometra, che ha provveduto a fare avere a Messina Denaro le ricette mediche, e di Emanuele Bonafede, uno dei vivandieri del boss stragista arrestato insieme alla moglie Lorena Lanceri.

La maestra è sposata con il mafioso Salvatore Gentile, ergastolano per avere commesso due efferati omicidi su ordine proprio di Messina Denaro. La relazione risaliva al 1996. Messina Denaro andò a trovare a casa il padre della donna per ottenere il permesso di frequentare la figlia. Solo a partire dal 2007, però, Laura Bonafede sarebbe stata coinvolta dal boss di Castelvetrano nella gestione dei propri interessi.
Ad un certo punto avrebbero pure convissuto insieme alla figlia Martina, condannata a tre anni per favoreggiamento in un altro processo. Dal 2015 la convivenza sarebbe stata interrotta per lasciare spazio ad una fitta corrispondenza. “Eravamo una famiglia”, scriveva il capomafia in un pizzino diretto a Blu, uno dei nomi in codice usati per la maestra e decriptati dai pm Gianluca De Leo e Piero Padova.

Di famiglia ha parlato l’imputata. Si descrisse donna rimasta da sola dopo gli arresti del padre e del marito. In Messina Denaro avrebbe trovato aiuto e sostegno, ma nulla saprebbe del suo ruolo mafioso. Una tesi che non ha convinto il giudice.
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Lei si occupava del sostentamento e della sicurezza del boss, gli faceva la spesa durante la pandemia Covid nel timore che si ammalasse, condivideva con lui i linguaggi cifrati per i pizzini, affari e informazioni sulla cosca.
Bonafede dovrà risarcire le parti civili: 25 mila euro ciascuno ai Comuni di Castelvetrano e Campobello di Mazara. Diecimila euro alla Regione siciliana e al ministero dell’Istruzione. Tremila euro al Centro studi Pio La Torre e alle associazioni Antonino Caponnetto, Antiracket e antiusura Trapani e Codici.




