Graziato dalla vendetta dei boss| La mafia uccide i figli di nessuno - Live Sicilia

Graziato dalla vendetta dei boss| La mafia uccide i figli di nessuno

Le foto dell'omicidio Sciacchitano

Nella giungla di Cosa nostra un cognome fa la differenza. LE FOTO  IL FILM DEL DELITTO

PALERMO – Nella giungla di Cosa nostra vale al legge del più forte. Ci si salva se si ha un cognome che conta. Si muore se si è figli di nessuno. Come è accaduto a Mirko Sciacchitano, crivellato di colpi alle sette di sera. I pubblici ministeri mettono per iscritto quanto finora era stato solamente sussurrato.

Il blasone del potentato mafioso dei parenti di Francesco Urso “gli è valsa l’immunità e l’esenzione dalla punizione per l’agguato perpetrato ai danni di Luigi Cona”. Ed ecco la distinzione: “Diversamente da quanto accaduto al meno ‘inserito Salvatore Sciacchitano (che tutti chiamavano Mirko, ndr), brutalmente assassinato poche ore dopo”.

Urso, a cui ora sono stati concessi gli arresti domiciliari, aveva deciso di punire Cona per uno sgarro, forse per la divisione di alcune somme di denaro. Credeva di potere fare pesare il suo cognome e le sue parentele. Mafioso è il padre, Giuseppe, e mafiosi sono lo zio e il nonno, Cosimo e Pietro Vernengo. Pezzi da novanta del mandamento di Santa Maria di Gesù. Anche Cona, però, avrebbe goduto di protezioni importanti. Innanzitutto, quella dell’anziano boss Salvatore Profeta, ma è anche nipote di Gaetano Cona, sorvegliato speciale, condannato per droga e arrestato per estorsione nel 2014.

Il 3 ottobre 2015 Urso si fece accompagnate da Sciacchitano, a bordo di uno scooter, davanti alla rosticceria di Cona. Impugnò la pistola e lo ferì al piede. “Ha posto in essere il delitto con premeditazione – scrivono i pm nel ricorso con cui chiedono che Urso torni in carcere – assumendo consapevolmente non solo il rischio di essere chiamato a rispondere in sede penale, bensì anche quello di subire la violenta rappresaglia da parte dei membri della famiglia mafiosa di Villagrazia-Santa Maria di Gesù, poi effettivamente abbattutasi contro il compagno di agguato Sciacchitano”.

In realtà, Urso per primo, capì di averla fatta grossa e dopo la morte di Sciacchitano decise di allontanasi da Palermo per rientrarvi solo quando le acque si calmarono. I carabinieri registrarono il suo dialogo con la nonna Provvidenza, che di cognome fa Aglieri. “Che c’è da fare? – chiedeva l’anziana al nipote -. Dobbiamo ammazzare a tutti?… che si deve fare la guerra, si deve fare?”. Poi, invitava il nipote a guardarsi le spalle: “Io ti dico, stai attento perché non lo so che cosa avevano in mente… così la cosa si è calmata… così dicono a nonna”. Forse la sete di vendetta si era placata con la morte di Schiacchitano. E la mamma di Urso, in un altro dialogo, diceva al figlio: “Noi dobbiamo fare le cose belle che non dobbiamo avere il torto, ora facciamo le cose che mi hanno de… capito? Che io ho parlato con mio cugino, hai capito? Ora mi ha detto, non ti preoccupare che ora risolviamo, tutto a posto”. Il cugino è Cosimo Vernengo, altro pezzo grosso della mafia di corso dei Mille.

Il suo cognome e le sue parentele lo avevano già messo al riparo da precedenti ritorsioni come è stato ripercorso dai giudici della Cassazione che hanno ritenuto sussistente quell’aggravante mafiosa che, invece, non ha retto nel giudizio di merito al processo per il ferimento di Cona. Da alcune intercettazioni del 2015 “erano emersi contrasti tra lo stesso ed altri personaggi di sicura appartenenza al sodalizio mafioso in riferimento ad iniziative illecite legate al traffico di stupefacenti ed i plurimi interventi che personaggi di elevato spessore criminale mafioso, quali Natale Giuseppe Cambino e Salvatore Profeta, avevano dovuto effettuare nei suoi riguardi, anche per il tramite del padre e dello zio Cosimo Vernengo, per risolvere le gravi inadempienze maturate nei confronti di interlocutori criminali appartenenti alla famiglia del Borgo Vecchio, ai quali l’Urso doveva corrispondere considerevoli somme di denaro e che si erano rivolti agli esponenti della stessa organizzazione perché mediasse in loro favore il rientro del debito sino a che il di lui padre aveva assunto l’impegno dì corrispondere periodicamente del denaro”.

Perché nella giungla di Cosa nostra il cognome conta. Specie quando c’è da decidere chi deve vivere e chi deve essere ammazzato.


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