CATANIA – Maria Costanzo non era in aula. Prosegue il processo, nel troncone con il rito ordinario, che vede nel banco degli imputati presunti appartenenti ad un’associazione dedita al traffico di droga che aveva a capo Alessandro Bonaccorsi, già condannato a 20 anni per associazione mafiosa dal Gup Daniela Monaco Crea. Il dirigente medico del Vittorio Emanuele è accusata dalla Dda di Catania “di aver falsificato” alcune certificazioni con l’obiettivo di far ottenere al boss dei Carateddi gli arresti domiciliari per incompatibilità con la detenzione carceraria.
Chiamati a deporre dai pm alcuni degli investigatori della Squadra Mobile che hanno condotto la delicata inchiesta che trova fondamento nelle intercettazioni dei colloqui carcerari tra Alessandro Bonaccorsi e la moglie Bruna Strano (condannata a 8 anni e 8 mesi in primo grado). Imputati davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Catania sono, oltre al dirigente medico: Orazio Finocchiaro, Emilia Anastasi, Rocco Anastasi, Maria Bonnici, Filippo Bonvegna, Filippo Crisafulli, Massimo Leonardi e Daniela Strano.
Il dirigente della Mobile Antonio Salvago, Antonio Calabria e il vicequestore Salvatore Montemagno hanno raccontato al Tribunale i particolari delle due informative redatte nel 2010. L’interrogatorio dell’ultimo dei tre dura diverse ore: si entra nel cuore dell’inchiesta cristallizzando il momento storico in cui si sono svolti gli accertamenti. Sebastiano Lo Giudice era stato catturato dalla polizia e i Santapaola, approfittando della fase di riorganizzazione della cosca Cappello, trovano spazio e terreno per conquistare le piazze di spaccio storicamente gestite dal killer ergastolano. Alessandro Bonaccorsi finisce dietro le sbarre per traffico di droga: è da quel momento secondo gli investigatori inizia il suo progetto di ottenere gli arresti domiciliari.
Montemagno ripercorre il “curriculum” criminale del trafficante. Nel 2005 scattano le manette ai polsi di Bonaccorsi, l’accusa è sempre droga. Un anno dopo il Gip concede la scarcerazione per “incompatibilità con il regime detentivo per motivi di salute”. L’esponente dei Carateddi, nel 1997, restò ferito durante l’agguato mortale a Massimiliano Bonaccorsi (tra i due nessun legame di parentela ndr). Affetto da “pancreatite” i due difensori nominarono come consulente di parte Maria Costanzo. Nella sua relazione il dirigente medico concluse “che le condizioni di salute del detenuto non erano compatibili con una detenzione carceraria”.
Ecco che dopo anni, seguendo il racconto del vicequestore Montemagno, il nome della Costanzo si lega nuovamente a quello di Alessandro Bonaccorsi. Dalle intercettazioni audio e video al carcere di Messina – dichiara il poliziotto – emergono una serie di “pressioni” affinché il detenuto seguisse determinate indicazioni, anche con l’aiuto di farmaci, che avevano come obiettivo quello di alterare i valori degli esami medici. Si parla di “dimagrimento, tagli da causarsi sulle ferite delle precedenti operazioni, urinocultura con aggiunta di sangue”. La moglie avrebbe anche portato dei farmaci al marito durante i colloqui. Per superare i controlli le pillole sarebbero state nascoste anche in bocca, addirittura anche nelle chewingum. A far scattare l’intervento della polizia è la scoperta di un presunto accordo tra la Costanzo e Bruna Strano (con presunti regali per siglare l’intesa) per far si che quando Bonaccorsi sarebbe stato ricoverato al Vittorio Emanuele il medico avrebbe fatto in modo che il ricovero si protraesse il più a lungo possibile e da quello sarebbe potuto scaturire un provvedimento di applicazione di una misura alternativa alla detenzione carceraria.
Il piano però sfuma. La Costanzo non è presente quando Bonaccorsi arriva al nosocomio catanese: era in ferie. Una condizione creata dalla richiesta diretta degli investigatori all’amministrazione dell’azienda ospedaliera. La Squadra Mobile non lascia nulla di intentato anche “perchè – racconta Montemagno – il caso di Bonaccorsi era stato anche affrontato a livello mediatico”. Una delle azioni è stata quella di confrontare la documentazione allegata al fascicolo personale del detenuto Bonaccorsi con quella in archivio al Vittorio Emanuele. “Abbiamo verificato – dichiara il vicequestore – che in alcuni casi non c’era corrispondenza”.
Nella prossima udienza, fissata per il prossimo 3 luglio, tra i testi chiamati a deporre è previsto il primario del Vittorio Emanuele, Giovanni Castorina.

