MAZARA DEL VALLO – “Quei 108 giorni di prigionia sono stati una ferita che non si rimarginerà mai più e ogni volta torniamo a mare con la paura”.
Parla Pietro Marrone, 51 anni, comandante del motopesca ‘Medinea’ che l’1° settembre 2020, mentre era a pesca di gambero rosso, venne sequestrato, insieme a 17 marinai di Mazara del Vallo, dai libici di Haftar. Sequestrato anche il motopesca ‘Antartide’, il cui equipaggio venne rinchiuso nelle carceri insieme a quello del ‘Medinea’.
Marrone, sequestrato dai libici
“Io di quei 108 giorni ricordo tutto – racconta Marrone -, di come ci hanno trattato. Ancora oggi quando sento rumore di cancello penso alle celle dove siamo stati rinchiusi”.
A cinque anni dal sequestro dei due motopesca – l’ultimo ai danni di equipaggi mazaresi – alcuni pescatori non sono più riusciti ad andare a mare. Come Giovanni Bonomo, 63 anni, che durante la detenzione in Libia non ha dovuto sospendere la terapia per il diabete.
“Oggi faccio i conti con la malattia – racconta – controlli in ospedale, medicinali da assumere ogni giorno e mi è stato pure amputato un dito del piede. Di quell’esperienza mi rimane un ricordo amaro. Siamo stati fermati mentre lavoravamo onestamente”.
Il ricordo
I 108 giorni di prigionia sono stati vissuti con apprensione dalle famiglie a Mazara del Vallo. Mogli e figli dei pescatori, sostenuti da sindacalisti e dalla diocesi, hanno richiamato l’attenzione del governo nazionale occupando l’aula consiliare del Comune e protestando per giorni anche di fronte a Montecitorio.
I 18 pescatori vennero poi rilasciati il 17 dicembre 2020 e dopo 3 giorni i due motopesca fecero rientro al porto di Mazara del Vallo. Nel dicembre 2021 i due equipaggi, accompagnati dall’allora vescovo monsignor Domenico Mogavero, incontrarono a Roma Papa Francesco

