“Mi massacrarono di botte per due giorni e mi suggerirono la versione da riferire”. Spara a zero contro il pool di investigatori guidati da Arnaldo La Barbera, l’ex pentito Salvatore Candura, teste nell’ultima tranche del processo sulla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta. Candura è tra i testimoni che depistarono le indagini autoaccusandosi del furto della 126 usata poi per l’eccidio: una mistificazione costata l’ergastolo a sette innocenti, poi scarcerati.
Imputati al processo i boss Vittorio Tutino e Salvo Madonia e i falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Candura ha accusato in aula l’ex dirigente della Mobile di Palermo La Barbera, morto successivamente e all’epoca a capo di una squadra di investigatori che indagavano sulle stragi del ’92, di averlo costretto a confessare il furto della macchina. “Io chiesi di incontrare in carcere un funzionario: volevo raccontargli delle pressioni subite – ha aggiunto – ma mi picchiarono e il medico non refertò nulla, né mi furono fatte le foto d’ingresso che solitamente si fanno in carcere”. “La Barbera – ha raccontato – mi diceva: ‘O fai come dico io o ti rovino, ti faccio dare l’ergastolo”. Secondo l’ex pentito anche un funzionario vicino a La Barbera, Vincenzo Ricciardi, attualmente indagato dai pm di Caltanissetta per calunnia, l’avrebbe più volte minacciato”.

