Miccichè, l'angina | E troppa cattiveria

Miccichè, l’angina | E troppa cattiveria

L'angina di Gianfranco Micciché ha avuto il potere di svelare un mondo insensibile e in fase di peggioramento. Pochissimi i messaggi di solidarietà della politica. E certi commenti...

La riflessione
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Un uomo ha un malore. All’inizio si pensa a un infarto, l’allarme si diffonde. E si ridimensiona. Gianfranco Miccichè è stato colpito da un’angina. E mentre la storia si svolge e viene raccontata dai giornali, tutto intorno cadono le ultime roccaforti di decenza, misura e umanità. Per fortuna Micciché sta meglio. E’ il mondo che vive fuori dalla sua stanza d’ospedale a stare malissimo.

Pochi i messaggi di solidarietà dei compagni di corso. La visita del presidente Ardizzone, soprattutto, che si è mostrato all’altezza del suo ruolo. E poi calma piatta. I partiti sono impegnatissimi nella campagna elettorale, in ben altre faccende affaccendati. Tanto da non trovare nemmeno il tempo di un comunicatino di sostegno, di una noterella, di un “forza Gianfranco”. Eppure i politici non lesinano mai notizie sul loro fondamentale pensiero. Scrivono di continuo. Dal tombino rotto, al marciapiede ammaccato, alla riforma costituzionale, ai matrimoni gay, non c’è consigliere di circoscrizione o mammasantissima parlamentare che si neghi il piacere della diffusione del suo verbo ai profani in attesa. Il povero redattore in trincea deve sorbirsi l’enciclica adornata di improbabili avverbi, il verbale che pare scritto da un carabiniere allucinato, la gravosa omelia col sopracciglio alzato, l’orazione contorta. E, si capisce, non mancano gli strafalcioni intellettuali, lo strazio dei congiuntivi, la lapidazione del condizionale, il genocidio del trapassato, a corredo di idee spesso ridicole che vanno a comporre un immaginario manuale dal titolo abbozzabile: “Problemi del mondo con relative soluzioni”.

Appena una sparuta minoranza ha trovato le parole per inviare una cartolina, un segno di presenza a Miccichè. Forse è perfino meglio così. Cadano le maschere e le relative illusioni e si comprenda finalmente che la politica è un’arena feroce. Specialmente in giorni di crisi, quando la sussistenza di un povero travet dei transatlantici a vario titolo viene messa a rischio dalla concorrenza. Pietà l’è morta, insomma. Chi si ferma è perduto. Etc, etc…

Però nulla è l’insensibilità della politica rispetto alla ferocia della gente comune. Caro lettore di Livesicilia, hai potuto leggere una parte dei commenti che sono stati inviati all’indirizzo dell’articolo che abbiamo pubblicato sulla disavventura del leader di Grande Sud. Gli altri sono stato cassati per un normale scrupolo di coscienza. Taluni contenevano un’adesione al club “forza angina”, augurando al malato sorte peggiore. Altri erano dissociati. Nelle intenzioni avrebbero voluto inviare un auspicio che tuttavia ribolliva di cattiveria repressa. Sopra l’augurio di pronta guarigione, sotto un neanche tanto nascosto disprezzo. E ci sono stati quelli che hanno risolto la questione salomonicamente col format: “Non condivido nulla di te e spero che ti rimetta presto”. Traduzione libera: mi fai schifo, siccome io sono una persona buona…”. E mentre li leggevamo ci siamo domandati: che c’entra un cuore che fa le bizze con le idee? Che bisogno c’è di ribadire la distanza da un letto d’ospedale, avvicinandosi con una finta cortesia per successivamente allontanarsi con premesse di ripugnanza?

Allora forse dobbiamo porci delle questioni. Una in generale: siamo avvelenati di ideologia e di antipolitica. Le divisioni ci hanno condotto a considerare irriducibili nemici “gli sciagurati infedeli” che non la pensano come noi. I mestatori nel torbido hanno compiuto il resto dello sfacelo, fornendoci un fucile carico d’odio e un mirino che non distingue le identità, solo le cariche. Quando un avversario o un membro della “casta” finiscono sotto la ghigliottina di un accidente, è tutto un battere di mani e un lancio di cappelli.

C’è infine la faccenda particolare e personale. Noi, capaci di tanta malignità nel frangente del male che rende gli uomini più deboli, siamo sicuri di essere migliori dei nostri bersagli? E’ una brutta gara. Loro, i potenti, saranno senza dignità. Noi, sudditi rancorosi, siamo senza cuore.

 

 


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