PALERMO – “Il vostro parlare sia si, si; no, no. Il di più viene dal maligno”. Un versetto del Vangelo che mi ritorna in mente sovente, perché mi appare parecchio disatteso. Ci voglio riflettere pure oggi, giorno in cui ricordiamo Padre Pino Puglisi. Si, perché oggi non possiamo limitarci a un pensiero commosso, dobbiamo trarre qualcosa da un sacrificio talmente immenso. Il vostro parlare sia si, si; no, no. E’ un’esortazione evangelica di cui la Chiesa, la politica può fare a meno? Non c’entra il credo religioso, lo sappiamo bene, ma il grado di autenticità delle nostre parole e delle nostre azioni.
L’invito del Cristo è netto, inequivocabile e vale per chierici e laici, per credenti e atei. Significa che dobbiamo dire ciò che pensiamo e fare ciò che diciamo, soprattutto quando è sul tavolo il bene comune. Significa che dobbiamo ripudiare furbizie e ambiguità, se sono in gioco principi non negoziabili. Immagino, non sono un esegeta o un biblista, che Gesù si riferisse alle scelte fondamentali della nostra vita, troppo spesso da noi tradite con mille giustificazioni tradotte in sofisticate quanto false mille argomentazioni. Ma se vogliamo essere anche noi, come don Puglisi, testimoni autentici dei valori di legalità, giustizia sociale e solidarietà, non possiamo fingere con le parole, non possiamo nasconderci dietro artifici linguistici, non possiamo ingannare con il detto e non detto.
Don Puglisi ci ha insegnato, per esempio, che non possiamo essere tentennanti nei confronti della mafia. Ci ha insegnato che la migliore cornice all’antimafia delle dichiarazioni roboanti non è la predica domenicale ma sono i gesti, quei gesti capaci di prosciugare l’humus del degrado e del sottosviluppo in cui ha proliferato e prolifera, specialmente nei giovani di certi quartieri delle nostre città totalmente abbandonati dalle istituzioni, la maledetta pianta della criminalità organizzata. Ci ha insegnato che non possiamo consentire inchini di santi e madonne ai boss con le mani macchiate di sangue; di avallare con il silenzio il blasfemo equivoco insinuato dai mafiosi che si possa conciliare la croce benedetta di Cristo con la lupara satanica di Cosa Nostra, quando capi e gregari ostentano simboli e celebrano riti che appartengono al sacro.
Giovanni Paolo II e Papa Francesco non hanno avuto dubbi in proposito. Ha insegnato dell’altro. Il suo apostolato, conclusosi con il martirio, dovrebbe insegnare a chi fa politica che in nome degli interessi generali bisogna ripudiare la fiera delle menzogne, della retorica, dell’ipocrisia, del non fare, in cui spesso i cittadini vengono trascinati da un ceto politico che forse ha vergogna di fare trapelare quanto sia lontano dalla sua missione, servire la comunità con dedizione assoluta. Un politico ha il dovere di pronunciarsi in maniera chiara, in modo lineare, senza sottintesi, messaggi trasversali, riserve mentali. Un politico ha il dovere, annunciato qualcosa, di fare seguire gli atti coerenti e concludenti. Invece, generalmente, quando un politico parla la prima cosa che i cittadini si chiedono è se sta dicendo ciò che pensa e, nove volte su dieci, già sanno che del bel discorso non rimarrà nulla.
Se dal Beato Pino Puglisi possiamo imparare l’antimafia delle opere e dell’amore, senza nulla concedere a chi pratica la sotto cultura dell’odio e della morte con il crocifisso al collo, sempre da lui noi politici dobbiamo imparare che abbiamo l’obbligo della concretezza, del fare, e di un solo linguaggio specchio della coscienza: si, si; no, no. Il di più, potremmo dire, viene dalla cattiva politica.

