Pochissimi siciliani hanno praticato il volto ispido di Peppino Impastato, tutti conoscono il profilo liscio del bravo Luigi Lo Cascio, l’attore che ricoprì il ruolo del militante di Lotta continua ne ‘I cento passi’. Il semplice dettaglio serve per introdurre un semplicissimo concetto: pochissimi hanno dimestichezza con una vera antimafia delle cose e delle persone, tutti hanno subito la seduzione dalla sua fiction.
Solo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si sono salvati dall’iconografia cinematografica che non ne ha offuscato carne, idee e sangue; soprattutto perché avevano facce note e bellissime. Gli altri – martiri o comprimari – hanno goduto di un troppo breve respiro umano nella scia di una fabbrica di immaginario; sono rimasti intrappolati nel plot, nella sceneggiatura che ha avuto il pregio di mettere sotto i riflettori storie indimenticabili e il difetto di illuminare malamente certi personaggi e interpreti, perpetuando una non sempre innocente Babele di chiaroscuri.
La sottolineatura appare naturale ai margini della dipartita del regista Giuseppe Ferrara che fu un capostipite e un maestro del filone di riferimento, a cui va meritoriamente riconosciuta una salda tensione all’impegno civile, che, però, ha spesso dato vita a un reflusso di macchiette e luoghi comuni.
Film come ‘Il sasso in bocca’, o ‘Cento giorni a Palermo’ rappresentano l’origine di un costume che ha attraversato gli anni, partendo da Lino Ventura nelle sembianze del generale Dalla Chiesa e arrivando al culmine dei Pif, delle stonature sulla mafia che uccide solo l’estate, delle ‘squadre antimafia’, dei ‘romanzi siciliani’ che nessuno guarda oltretutto più, perché nemmeno una scaglia d’arte guizza in tanto filmare.
Dallo scambio di interesse reciproco tra il consenso dovuto ad argomenti serissimi e un’estetica spesso traballante è venuta fuori una maggiore consapevolezza, oppure ha trionfato la caligine che ha reso ogni cosa opaca e indistinta? L’illusione ottica del viso di Peppino Impastato è forse una più che sufficiente risposta.

