CATANIA – Appuntamento con la morte. L’ex soldato dei Nizza, Salvatore Cristaudo racconta in aula Serafino Famà momento per momento il pomeriggio del 14 settembre 2011 quando Giuseppe Rizzotto morì crivellato di colpi. Il collaboratore di giustizia è uno dei testi chiave del processo che vede alla sbarra i presunti mandanti ed esecutori dell’omicidio rimasto irrisolto per diversi anni. Gli imputati, collegati in video conferenza, sono il killer Orazio Magrì e Daniele Nizza, uomo che per anni ha comandato lo spaccio a San Cristoforo. Tutti e due sono affiliati della famiglia Santapaola e sono difesi dall’avvocato Salvo Pace. Sotto processo, inoltre, Fabrizio Nizza, difeso dall’avvocato Enzo Guarnera, che da dicembre 2014 ha deciso di collaborare con la magistratura. Ed è lui che ha aperto profondi squarci nell’alone di silenzio in cui era immerso il delitto. Le indagini partite dalle rivelazioni dell’ex uomo d’onore hanno permesso di inchiodare mandanti e sicari di quello che era il responsabile del Villaggio Sant’Agata dei Santapaola. Il processo davanti alla Corte d’Assise presieduta dalla giudice Concetta Spanto (a latere Sammartino) è durato diverse ore, con alcune interruzioni dovute a dei problemi tecnici con il collegamento dal luogo protetto.
“Ero presente quel giorno di settembre”. Salvatore Cristaudo risponde alle domande del pm Rocco Liguori e ripercorre quel pomeriggio di fine estate. Il pentito racconta di “una mangiata” organizzata da Fabrizio nella proprietà di campagna del fratello nella zona della Catania – Gela. Erano presenti oltre lui Fabrizio Nizza, Giovanni Privitera e Agatino Cristaudo. Giuseppe Rizzotto arriva dopo pranzo. “Ho sentito il rumore degli scooter – afferma – e sono arrivati Rizzotto, Daniele Nizza, Orazio Magrì, Salvatore Guglielmino (Turi Picciriddu), Angelo “U Porcu” (Angelo Mirabile, ndr)”. Il capo del Villaggio non avrebbe avuto il tempo di domandare “cosa mi date da mangiare?” che Fabrizio Nizza avrebbe tirato fuori la pistola calibro 9×21 e gliela avrebbe puntata alla testa. Rizzotto sarebbe stato circondato dai presenti, tranne il pentito, il fratello Agatino, Giovanni Privitera e Franco Magrì (uomo di San Cristoforo) che sarebbero rimasti seduti sui motorini a circa “due – tre metri di distanza”. Tutto si sarebbe consumato in pochi istanti. Fabrizio Nizza avrebbe chiesto a Rizzotto le motivazioni “su certe confidenze a una donna e sulla vendita di stupefacente”. Il boss accerchiato avrebbe negato le accuse. Nizza avrebbe abbassato la pistola e a quel punto Orazio Magrì gliela avrebbe strappata dalle mani e avrebbe fatto fuoco. “Tre o quattro colpi a raffica”, racconta Cristaudo. Rizzotto sarebbe rimasto agonizzante per quasi un minuto, due avrebbero preso corda e coltello per “farlo smettere di soffrire”. Ma alla fine non sarebbe stato necessario.
A quel punto a Salvatore Cristaudo, al fratello e a Giovanni Privitera sarebbe arrivato l’ordine di liberarsi del cadavere da parte di Fabrizio Nizza. Una volta comprato il necessario sarebbero partite le operazioni. “Abbiamo avvolto il corpo in alcuni sacchi neri e lo abbiamo caricato in macchina, dopo lo abbiamo trasportato con una carriola e poi lo abbiamo seppellito”. Il campo si troverebbe a poche centinaia di metri dal luogo dell’omicidio. Quando arriva l’arresto di Fabrizio Nizza è il fratello Andrea a prendere le redini del gruppo. Il giovane boss avrebbe chiesto ai suoi soldati di sciogliere nell’acido il corpo di Rizzotto, ma alla fine tutto sarebbe fallito. Due anni dopo (circa) sarebbe arrivato il comando di spostare il corpo. Compito che sarebbe stato affidato a Salvatore Cristaudo e il fratello. “Abbiamo scavato per diverse ore”, racconta il pentito.
Il collaboratore di giustizia ha portato gli inquirenti nel luogo dove lo avrebbe seppellito la seconda volta. E’ l’estate del 2015. Nonostante l’uso di una ruspa il cadavere non è stato mai trovato. Sono stati rinvenuti i resti di alcuni sacchi neri. Forse gli stessi dove sarebbe stato avvolto il corpo di Rizzotto.

