"Locali fatiscenti, liquami: visita nel carcere Ucciardone di Palermo"

“Locali fatiscenti, liquami: un giorno nel carcere Ucciardone di Palermo”

Il racconto di un avvocato della Camera penale
IL RACCONTO
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PALERMO – L’avvocato Salvatore Ferrante, componente della Camera penale di Palermo, giovedì 29 maggio, insieme ad alcuni colleghi e rappresentanti dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, ha fatto visita al carcere Ucciardone di Palermo. Ha affidato la sua testimonianza a LiveSicilia.

L’avvocato Salvatore Ferrante

“Io svolgo la professione di avvocato nell’ambito del diritto penale da quasi vent’anni ed ho sempre frequentato gli istituti penitenziari, ma non sono mai andato oltre la sala avvocati. Ieri, invece, abbiamo avuto la possibilità di visitare alcune sezioni del penitenziario, nonché le cucine: non immaginavo che le condizioni detentive fossero così dure, ai limiti della sopportazione umana.

La prima sezione che abbiamo visitato è stata la ‘famigerata’ nona. Un tempo in questa sezione venivano ristretti i condannati per mafia, prima che venisse introdotta la normativa sul carcere duro. Oggi, invece, vi vengono ristretti i detenuti che, per una ragione o per un’altra, non possono restare nelle altre sezioni. Si tratta della popolazione carceraria più fragile, ma anche quella che vive la condizione detentiva più dura.

La cosa che subito mi ha colpito è stata la fatiscenza degli ambienti. Celle molto piccole, di circa 4 metri quadri, dove erano alloggiati due detenuti. La maggior parte dello spazio della cella era occupato dai letti e dal tavolino. Nessuno spazio per muoversi. In questa cella i detenuti passano circa 22 ore al giorno.
Le mura delle celle erano ammuffite. I bagni, ricavati in una sorta di nicchia, li abbiamo potuti vedere solo dall’esterno, in quanto c’è stato detto dagli stessi detenuti che entrando avremmo rischiato di contrarre funghi o infezioni, dato il loro stato igienico precario, dovuto all’obsolescenza delle strutture.

Ovunque fili elettrici penzolanti e, cosa che mi ha particolarmente colpito, nelle finestre non vi erano né imposte né vetri ma soltanto sbarre, ciò per evitare che i vetri, qualora infranti, fossero utilizzati quali armi improprie. Non oso immaginare d’inverno il freddo che c’è dentro quelle celle, in cui entrano anche i topi.

Abbiamo avuto modo di parlare con alcuni detenuti. Nessuno di loro proclamava la propria innocenza, ma cercavano di farci capire in che condizioni vivessero. Ho provato un fortissimo senso di disagio nel parlare con persone che, indipendentemente dalle loro colpe, vivevano in quelle condizioni: mi ha fatto sentire in colpa come cittadino e impotente come avvocato.

Ho cercato di instaurare con alcuni di loro rapporto umano, mi sono fatto raccontare la loro storia, chi erano prima di diventare detenuti, uno di loro ci ha perfino regalato delle poesie. Quella che ha regalato a me l’ho letta ieri sera ed era un vero e proprio inno alla vita, a quanto fosse preziosa e che, se anche in certi momenti può essere dura, lui era felice di farne parte.

Abbiamo poi visitato le cucine. Sporcizia ovunque, non per incuria, ma per problemi strutturali: il pavimento era sudicio, perché la canalina di scolo dei liquidi è perennemente otturata e i liquami fuoriescono continuamente. In quella cucina si cucinano pasti per 660 persone. Il carcere può contenerne 550 persone. Il sovraffollamento è il problema principale del carcere. Blocca ogni attività.

Devo riconosce la buona volontà di tutti gli operatori carcerari. Ho trovato persone eccellenti il comandante della polizia penitenziaria, la responsabile dell’area educativa e del SERD. Si prodigano per fare funzionare al meglio la struttura, ma si devono confrontare con i limiti dovuti alla carenza delle risorse. La polizia penitenziaria è sotto organico, addirittura di 1/3. Questo significa che spesso mancano gli agenti perfino per accompagnare i detenuti alle visite mediche.

L’area sanitaria è la più carente, la cui gestione è condivisa con l’Asp. All’Ucciardone circa un terzo dei detenuti ha problemi psichiatrici. Ma c’è solo uno psichiatra, tra l’altro in pensione, assunto con un contratto libero-professionale, che è presente in struttura 3 volte a settimana per 5 ore. Questo significa, in soldoni, che questa gente, che avrebbe bisogno di supporto psichiatrico continuo, di fatto non lo riceve, nonostante la buona volontà di tutti.

Addirittura ben 36 detenuti non dovrebbero stare nemmeno in carcere, bensì in una R.E.M.S (le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, che hanno preso il posto degli ospedali psichiatrici giudiziari, ormai chiusi), però in queste strutture non si è ancora trovato un posto per loro e, quindi, rimangono in cella.

Non parliamo delle attività educative. Le risorse bastano per appena il 1/5 della popolazione carceraria, il resto resta chiuso nei suoi 4 metri di celletta (rectius: camera detentiva, ora si chiama così, come se bastasse cambiargli nome per renderla un posto più vivibile).

Abbiamo visitato la sesta sezione, presentataci come il fiore all’occhiello della struttura. Lì i detenuti per parte della giornata all’interno della sezione restano liberi. Sicuramente stanno meglio, le celle sono un po’ più grandi (ma ci stanno anche in 6/8) e le condizioni sono meno precarie, ma soffrono degli stessi limiti di cui soffre l’intero penitenziario. Dentro ci stanno anche detenuti portatori di handicap, che pure solo per raggiungere la stanzetta posta a piano terra dove acquistare il sopravvitto (la spesa, per intenderci) hanno difficoltà.

Tutti fanno domandine per parlare con educatori, magistrati di sorveglianza, medici, psicologi, ma quasi sempre restano inevase. Hanno bisogno di aiuto e nessuno li riesce ad aiutare.

Cosa mi porto dentro da questa esperienza? Innanzitutto, la sensazione che la gestione di un carcere sia molto complessa ed ogni cosa, anche la più elementare, diventa un grosso problema (forse andrebbero rivisti i regolamenti carcerari, vecchi ormai di 50 anni). Per fare un esempio, se un detenuto volesse prendere un libro dalla biblioteca del carcere (che mi dicono sia fornitissima) deve fare una ‘domandina’ al direttore, aspettare che sia approvata, essere accompagnato in biblioteca da un agente, ammesso che sia disponibile, dato la carenza di organico.

Se per una cosa così semplice servono tutti questi adempimenti, non oso immaginare cosa serva per le cose un po’ più complicate, come farsi visitare se si sta male.

Mi porto dentro la sensazione che gli operatori penitenziari fanno del loro meglio. Molti agenti ci dicevano che spesso sono costretti a fare pure da psicologi, ascoltando i detenuti, offrendo loro una valvola di sfogo, ma non avendo, chiaramente, le competenze per dargli l’aiuto di cui necessitano e di cui, non dimentichiamocelo, hanno diritto.

Mi porto dietro la consapevolezza che il sovraffollamento carcerario sia l’origine di tutti i problemi. Troppi detenuti, con carenza di organico e di risorse, significa non riuscire a garantire a larga fetta della popolazione carceraria i loro diritti più elementari.

Mi hanno colpito le parole del comandante della polizia penitenziaria quando ci ha parlato del rapporto di detenzione che si instaura tra il detenuto e l’amministrazione penitenziaria. Mi ha ricordato lo schema dei contratti. L’amministrazione dovrebbe garantire al detenuto un progetto di detenzione che dovrebbe favorirne la rieducazione e il reinserimento sociale. Invece si ha difficoltà perfino a garantirgli i diritti più elementari.

Mi chiedo cosa serva per superare questa situazione. Forse nuove carceri. Ma per costruire nuove carceri servono più soldi, più agenti, più educatori, più medici e per costruirle ci vogliono molti anni. Quindi, non è una soluzione utile nel breve e medio periodo.

Servirebbe, invece, incentivare le misure alternative alla detenzione, da applicare nei confronti dei soggetti meno pericolosi. Secondo le statistiche, chi sconta la pena con una misura alternativa alla detenzione ha meno rischi di ricaduta nel reato rispetto a chi sconta la pena in carcere.

E, probabilmente, potrà essere utile approvare la c.d. liberazione anticipata speciale, che porta a 75 giorni (invece degli attuali 45) lo sconto di pena riconosciuto ai detenuti quale premio per la partecipazione all’opera di rieducazione.

Mi rendo conto che molti cittadini non approverebbero, percependo nel nostro paese un problema di sicurezza pubblica. Ma lì è opportuna una riflessione.
Secondo alcune ricerche, nel nostro paese il numero dei reati è in calo e siamo uno dei paesi con il minor numero di reati, anche rispetto a paesi ritenuti civilissimi, quali la Svezia. Quindi, è solo un problema di percezione.

Dobbiamo, pertanto, svecchiare il nostro sistema penale. Riservare il carcere solo ai casi più gravi ed offrire ai detenuti un effettivo “contratto di detenzione” che porti alla loro rieducazione, al contempo dobbiamo ampliare gli strumenti alternativi alla detenzione. Sono convinto che se chi legge avrebbe visto con i suoi occhi ciò che ho visto io la penserebbe come me.


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