PALERMO – La scarcerazione del boss è passata sottotraccia, probabilmente oscurata da quella di Calogero Lo Piccolo. Poco prima di quest’ultimo, a San Lorenzo, è tornato libero per fine pena Giuseppe Biondino. Due pezzi grossi della recente Cosa Nostra palermitana. Giuseppe Biondino, figlio di Salvatore, autista di Totò Riina, fu arrestato dai carabinieri nel 2018. Aveva preso le redini del mandamento.
Fino al 2022, anno in cui la sentenza di condanna a 9 anni divenne definitiva, il quarantasettenne Biondino era incensurato. Lo arrestarono la prima volta nel 2008, nei giorni del blitz Perseo, ma fu assolto e scarcerato nel 2011. Boss potente, di lignaggio mafioso, e dai tanti segreti. Il collaboratore di giustizia Manuel Pasta raccontò dei suoi “rapporti con Messina Denaro ed anche con la provincia di Agrigento, con Falsone (Giuseppe Falsone, capomafia di Agrigento, ndr) all’epoca libero”.
Rapporti stretti tanto che “nell’estate del 2008 Biondino si allontanò tre giorni per incontrare Matteo Messina Denaro e lo disse a me e Bartolo Genova”. Nel 2008, dunque, il padrino trapanese era in Sicilia o comunque in un luogo facilmente raggiungibile. Anni dopo, una volta arrestato, sarebbe emersa la presenza costante dell’inafferrabile capomafia di Castelvetrano in Sicilia. Viveva come un anonimo cittadino.
Una casa come tante, in un giorno come tanti. Nell’ottobre del 2006 i mafiosi si diedero appuntamento nel rione Noce, a Palermo. All’ordine del giorno c’era il ritorno al potere di Giuseppe Biondino come raccontò un altro collaboratore di giustizia, Sergio Macaluso.
Fu proprio Macaluso a trovare l’appartamento in via Lancia di Brolo dove arrivarono alla spicciolata i boss di Resuttana, San Lorenzo e Porta Nuova. Si decise di “sistemare San Lorenzo affidandolo a Giuseppe Biondino con l’appoggio di noi di Resuttana. Per questo avrebbero parlato con Francesco Paolo Liga che avrebbe dovuto partecipare alla riunione ma che non si era presentato”. Biondino ascoltò le richieste di tutti i presenti. Alla fine “prese la parola dicendo che avrebbe sistemato tutto il possibile”.
Biondino prendeva il posto di Giovanni Niosi. E arrivò il giorno che quest’ultimo “consegnò tutto a Giuseppe Biondino”. Il passaggio del testimone avvenne – spiegava Macaluso – “in una campagna nei pressi dell’abitazione di Francesco Paolo Liga. Sergio Napolitano si arrabbiò moltissimo perché non era stato invitato. Si rivolse dunque a suo zio che organizzò un incontro e presentò a Napolitano il Biondino”.
Sono tutti nomi di persone detenute. Non lo è più, da alcuni mesi, Giuseppe Biondino. Proprio come Calogero Lo Piccolo. Due famiglie che si sono rispettate, ma con diffidenza. Ci sono pure stati momenti di frizione. Giulio Caporrimo, altro detenuto che conta con un passato da reggente del mandamento, nel 2017 si spese per mettere a posto le cose a posto con il vecchio capo Girolamo Biondino (zio di Giusepepe ndr) che, così riferiì il pentito Silvio Guerrera, non aveva alcuna intenzione di sborsare i soldi per i fratelli Nunzio e Domenico, alleati storici dei Lo Piccolo, e di nuovo arrestati l’anno scorso nel blitz dei 181.
Giuseppe Biondino e Calogero Lo Piccolo, uno dei figli di Salvatore, il barone di San Lorenzo, hanno pagato il debito con la giustizia. La storia insegna che in troppi casi il carcere non rieduca. La bilancia del potere oggi penderebbe dalla parte dei Lo Piccolo.

