Palermo, omicidio Di Giacomo: il mandante, le accuse e i dubbi

Palermo, omicidio Di Giacomo: il “mandante”, le accuse e i dubbi

Secondo i pm, Tommaso Lo Presti ha ordinato il delitto. Il Gip nega l'arresto

PALERMO – Tanti indizi, nessuna certezza. La certezza che serve per arrestare un uomo con l’accusa di essere il mandante di un omicidio. Il giudice per le indagini preliminari Filippo Serio ha respinto la richiesta di misura cautelare nei confronti di Tommaso Lo Presti, soprannominato “il pacchione”, boss di Porta Nuova attualmente detenuto nell’ambito di un’altra inchiesta.

La Procura della Repubblica resta convinta che sia stato lui il mandante dell’omicidio di Giuseppe Di Giacomo, il reggente del mandamento di Porta Nuova ammazzato alla Zisa nel 2014.

Destino giudiziario ha avuto per Onofrio Liparti, ritenuto il killer, la cui responsabilità sarebbe stata accertato ascoltando le conversazioni sul fidanzamento osteggiato fra due rampolli delle famiglie mafiose rivali. Lo hanno arrestato due giorni fa. Era tornato libero dopo avere scontato una condanna per mafia.

Il racconto dei collaboratori

I pm hanno messo insieme una serie di indizi. Molti dei quali provengono dai collaboratori di giustizia. Alessio Puccio ha riferito di avere saputo in carcere da Fabio Pispicia che l’ordine di morte era stato impartito da Lo Presti a Lipari. Pispicia è fratello di Salvatore, boss detenuto e marito di una sorella di Lo Presti.

Antonino Siragusa si è concentrato sul movente, dicendo di avere appreso da due suoi cugini che Di Giacomo aveva avuto dei dissidi sia con Lipari e che con Lo Presti, il quale, una volta scarcerato, voleva riprendere in mano il potere.

Alfredo Geraci ha messo a verbale che Salvatore Mulè gli disse che Di Giacomo aveva osato dare uno schiaffo a Lo Presti.

Lo sgarbo e la morte

“Giuseppe Di Giacomo aveva offeso Tommaso Lo Presti che voleva impadronirsi del mandamento e per questo fu ucciso – ha raccontato Vito Galatolo, il boss dell’Acquasanta -. Lui mi dice il Graziano (Vincenzo Graziano, mafioso dell’Acquasanta di recente finito di nuovo in cella ndr) che l’omicidio Di Giacomo è stato avvenuto che forse… siccome era uscito Tommaso Lo Presti ‘u pacchiuni’, figlio di Totuccio, ed era uscito male intenzionato con tutti dice che si doveva prendere tutte cose nelle mani lui…”.

Galatolo ha aggiunto che Graziano avrebbe saputo “che forse il Di Giacomo Giuseppe gli avrebbe dato o uno schiaffo a Lo Presti Tommaso, il pacchione, o lo avrebbe offeso con la bocca… ci dissi è per questo lo hanno ucciso a Giuseppe?’. ‘Sì dice, ci sono stati discorsi interni, però il pacchione so… mi ha riferito questo fatto che è male intenzionato, perché si doveva prendere tutte cose nelle mani’”.

Il colloquio in carcere

Subito dopo il delitto era stata registrata una conversazione in carcere fra i fratelli della vittima, Marcello e l’ergastolano Di Giacomo. Anche loro facevano riferimento ai contrasti sorti con Giuseppe per la gestione del “pannello”, il cartello delle scommesse sportive. Avevano individuato in Lipari il possibile assassino e avevano chiesto a Tommaso Lo Presti di vendicarli.

Ed invece quest’ultimo, secondo La Procura, aveva messo in atto il più classico dei voltafaccia. L’accusa, però, non ha retto alla valutazione del Gip che ha respinto la nuova richiesta di custodia cautelare per il boss Tommaso Lo Presti. Servono ulteriori riscontri agli indizio finora raccolti.


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