Essere genitori oggi, nel 2026, di una bambina di sette anni è complicato. Lo è per chiunque, certo: per la fatica quotidiana dell’educare, per la responsabilità di preparare una nuova vita a un mondo sempre più frenetico. Ma per noi la complessità non viene da dentro casa. Viene da fuori, dalle leggi del Paese in cui viviamo.
Il nostro obiettivo di genitori è sempre stato chiaro: dare a nostra figlia la massima serenità, autonomia, curiosità. Siamo fortunati, e ne siamo consapevoli. Stiamo bene in salute, non abbiamo stringenti problemi economici, abbiamo una buona cultura e siamo, per definizione, animali sociali. Amiamo leggere, ascoltare la musica, ragionare con la nostra testa. Amiamo il teatro, il cinema, il buon cibo, il bere bene; ci occupiamo di politica, di società, e siamo profondamente attenti ai valori. Crediamo fermamente nell’essere umano e abbiamo fiducia in lui.
È proprio questa fiducia che cerchiamo di trasmettere a nostra figlia: il nostro modo di guardare il mondo, il desiderio profondo di conoscere e sapere. Siamo attenti a ogni suo comportamento: in casa, a scuola, con gli altri bambini, con gli adulti. Le insegniamo il valore del rispetto, l’uso corretto del “lei” e del “tu”, perché desideriamo cresca educata, libera, coerente e indipendente. Crediamo fermamente che la libertà si impari anche attraverso le regole, il rispetto dei ruoli e delle gerarchie: un bambino è un bambino, un adulto è un adulto.
Questo è ciò che crediamo debba fare un genitore: tessere una trama fatta di regole, libertà, cultura, diritti, uguaglianza e umanità.
Quindi, la stiamo educando bene? Chissà. Quel che è certo è che, per una parte della nostra società, noi non dovremmo non solo educarla: non dovremmo nemmeno averla. Per alcuni siamo, letteralmente, dei criminali. Anzi, per lo Stato italiano lo siamo diventati per legge.
Per fortuna nel nostro ordinamento non esiste la retroattività delle leggi penali, ma il principio politico resta: per lo Stato, la nostra famiglia è un reato. E perché? Perché siamo due padri che hanno accolto la propria figlia attraverso la gestazione per altri. Se penso che la firma di questa legge sulla criminalizzazione universale della GPA porta il nome di una nostra illustre concittadina palermitana, mi viene quasi da ridere. Quasi. Perché in verità c’è solo da restare sgomenti di fronte all’incomprensione.
Io posso accettare che si sia contrari alla GPA. Ma non comprendo perché, se una maggioranza di governo non è d’accordo con una pratica, il suo orientamento debba diventare un dogma penale per tutti. Immaginiamo se la maggioranza relativa del nostro governo fosse formata da Testimoni di Geova e, improvvisamente, le trasfusioni di sangue diventassero illegali, punibili con l’arresto. Sarebbe accettabile?
In questa narrazione c’è molta ignoranza, ma a ferire di più è la malafede. Quando giro le scuole per parlare di famiglie omogenitoriali, ricordo sempre che in Stati come l’Inghilterra o la Germania il matrimonio egualitario è stato introdotto e votato da governi conservatori.
Questo accade perché nei paesi civili i diritti civili sono patrimonio di tutti, non la bandierina ideologica di una sola parte politica. Sarebbe straordinario se una pratica complessa come la GPA venisse semplicemente codificata come accade in Canada o in diversi Stati americani, dove non esiste sfruttamento della donna, ma esistono regole certe, tutele ferree per le gestanti e per i genitori intenzionali.
Invece, in Italia, si è solidificata l’idea che la destra debba portare “ordine e disciplina” unicamente a scapito dei diritti altrui: dei migranti, degli stranieri, della comunità LGBTQ+. Come se il mondo stesse andando alla deriva per colpa nostra. Non mi pare che i grandi leader che stanno stringendo il pianeta in una morsa di guerra e instabilità si muovano nel nome dei diritti o della fluidità di genere. Eppure, la retorica del capro espiatorio funziona sempre, e molti ci cascano.
Quando riusciremo a comprendere che i diritti degli altri non tolgono nulla ai nostri? Quando capiremo che siamo davvero tutti uguali, senza il bisogno di dover aderire per forza a un unico modello identitario, cristiano, cattolico, apostolico romano? Perché appropriarsi di slogan come “Dio, Patria e Famiglia” quando poi, nel privato, quegli stessi valori di accoglienza e amore vengono calpestati? Cos’è esattamente la Patria? Chi può decidere per legge cosa sia una famiglia? E dov’è veramente Dio?
In occasione di questo Pride, il mio augurio è che chi ci governa possa, anche solo per un attimo, smettere i panni del censore e indossare quelli di un genitore. Chi deve educare un figlio ha un solo vero obiettivo: il suo bene. La sua felicità. E un mondo felice e migliore è un mondo senza odio, che basa la sua efficacia sulla comprensione dell’altro.
Questo dovrebbe essere l’obiettivo di tutti. È difficile, certo. Ma guardando mia figlia, ho il dovere di sperare che non sia impossibile.
*Giuseppe Cutino è attore, autore e regista teatrale

