Cercando la voce di Paolo Borsellino. L’abbiamo sentita, liberata dalla polvere degli archivi e restituita nella rappresentazione drammatica di alcune audizioni. Già allora, era un uomo solo che poteva opporre appena la sferzata del sarcasmo alle insidie: “Buona parte di noi non può essere accompagnata in ufficio di pomeriggio da macchine blindate, come avviene la mattina, perché il pomeriggio è disponibile solo una blindata, che evidentemente non può andare a raccogliere quattro colleghi. Pertanto io, sistematicamente, il pomeriggio mi reco in ufficio con la mia automobile e ritorno a casa alle 21 o alle 22. Magari con ciò riacquisto la mia libertà, però non capisco che senso abbia farmi perdere la libertà la mattina per essere poi, libero di essere ucciso la sera”.
Ed è stato come riappropriarci di qualcosa che mancava. Tanta voce del giudice Paolo si trova in rete; basta un clic per ripescarla, ma quel supplemento di eco ha scavato un nuovo tunnel da qualche parte del dolore collettivo. E’ da lì che nascono il bisogno di di ascoltare ancora e il rimpianto. E’ la voce smarrita, smagrita, il segno iniziale di un distacco.
Cercando la voce di un uomo solo, come antidoto alla stanchezza mascherata con cui troppi attraversano gli anniversari. Cercandola al Palazzo di giustizia di Palermo, per esempio, nel bunkerino, nel ‘museo della memoria’ (foto): dove l’Associazione nazionale magistrati e Giovanni Paparcuri hanno rimesso in piedi l’ambiente in cui Falcone e Borsellino vivevano. Lì, depositati sulle scrivanie, ci sono, cristallizzati ma solubili alla memoria, gli scherzi dell’uno, le risate dell’altro. Ci sono le voci e pare che entrambi debbano rientrare tra poco.
Il giorno prima del ventisettesimo anniversario di via D’Amelio, una mattina. Paparcuri è un sopravvissuto che non si è mai arreso né alla rassegnazione né alla retorica: uno dei capisaldi di quella stagione per spiriti indomiti. Tutti lo chiamano affettuosamente ‘Papa’ tra i corridoi. Tutti lo conoscono. Lui, prima di fare da garbato cicerone, parla con i visitatori ed è come se li invitasse, metaforicamente, a levarsi le scarpe, entrando in un luogo sacro.
Nella comitiva mattutina, c’è il sostituto procuratore Vittorio Teresi, che accompagna alcuni amici. C’è il giornalista Marco Lillo, negli abiti del papà. C’è una giovane donna che è venuta apposta dal Kuwait. C’è Elisa che arriva da Pontedera. C’è Lucia, che è di Napoli, e ha una tragica e bellissima storia già raccontata. Lei si è presa cura dell’assassino del marito, l’ha aiutato a reinserirsi, a vivere. “Era solo un ragazzo – racconta –, la vendetta non serve a niente. Dobbiamo lavorare sul perdono”. C’è Francesco Mongiovì, un lunghissimo impegno da servitore dello Stato, pure nella scorta di Giovanni Falcone. “Certo che ho pensato che quel 23 maggio avrei potuto esserci anche io. Non abbiamo mai dimenticato i giudici e i nostri colleghi. Il dottore Falcone era il nostro punto di riferimento, la persona a cui avremmo affidato le nostre esistenze, senza nemmeno un dubbio”.
Intanto, Paparcuri, ‘Papa’, confida: “Darei la mia vita per avere qui per un’ora il dottore Borsellino… Darei la mia vita per averli qui tutti e due”. Nelle stanze del bunkerino, tra le papere che Giovanni collezionava e che Paolo nascondeva per inscenare ilari estorsioni, si avverte il respiro appoggiato ai vetri. Vibra qualcosa che somiglia alla trasparenza di un sussurro risvegliato. E ci sono le foto sui muri con le loro invisibili didascalie per restituire un tono, uno sbuffo, un ‘vaffa’, un ‘amuninnu a pigghiari u’ cafè’.
Ma ci sono le foto pure altrove. Cercando la voce di Paolo Borsellino in una raccolta di immagini personali che è diventata il controcanto della mutilazione, perché indica lo sfregio all’amore nei suoi luoghi segreti. Le foto dei baci, poi rarefatti per abituarli all’assenza, con i figli, degli abbracci con Agnese. Le foto delle vacanze, della spensieratezza, di qualche giorno fiammante di coriandoli a Carnevale. Le foto delle cene con i colleghi, della mano – in bianco e nero – posata sulla bara dell’amico Giovanni Falcone. La foto, tra le ultime, di Agnese e Lucia che piangono, mentre Nino Caponnetto le stringe. E vorresti conoscerle le cose che si dissero, per consegnarsi a una tenerezza perenne, nell’incalzare degli eventi.
Dove sono le voci di tutti, protagoniste loro malgrado in quella indimenticabile estate siciliana? Dov’è la voce del giudice e di coloro che lo proteggevano allo stremo in via D’Amelio? E’ rimasta attaccata al citofono dell’abitazione della madre? Nelle orecchie dell’autista Antonino Vullo? Nel Paradiso delle barzellette che inventava? Nelle mestizia dolente della consapevolezza: “Ragazzi, mi spiace soltanto che quando accadrà ci sarete voi…”?
Forse è ancora qui, al bunkerino, nel cuore sgranato di chi, in visita, ritrova un purissimo elemento umano, tra le Polaroid dell’album, nel bianco e nero della separazione. E qui e altrove ritorneranno per sempre la voce e i silenzi di Paolo Borsellino.

