Come essere siciliani? Cosa significa esserlo, ancora, sempre? Domanda antica, colta, difficile. Si può essere siciliani, figli di una terra storicamente complicata, per raccontare una speranza, nel fragore del mondo, all’alba di una nuova Pasqua.
Sappiamo chi siamo e da dove veniamo. Sappiamo di avere rappresentato, per certa politica dal fiato corto, la periferia sacrificabile. Non è un’offesa trascorsa. Qualcuno pensa che sarà, immutabilmente, così. C’entrano la miopia e i nostri stessi errori. La mancanza delle nostre resurrezioni laiche – oggi è il giorno tematico – dipende anche dall’ignavia di noi tutti che ha dato luogo, negli anni, a una non rara insipienza dei politici ‘fabbricati’ quaggiù.
La rivoluzione civile
L’unica rivoluzione civile portata a termine è stata la battaglia contro la mafia, per il carico insopportabile dei lutti. Siamo stati costretti a uscire di casa, a sventolare le belle bandiere. La tracotanza dei picciotti di Cosa nostra, il sangue versato, il profilo canagliesco dei carnefici ci hanno convocato nel perimetro di una lotta. Che poi si è trasformata, per taluni, in un arrogante contropotere.
Proprio gli eroi, coloro che ci hanno insegnato che il bene riesce a vincere e che furono eroi perché vissero, per come attraversarono la legittima paura, perché accettarono un prezzo terribile, sono qui per ricordarci che a questo popolo nessun cambiamento è precluso. Basta volerlo.

La resurrezione possibile
La Sicilia ha in sé gli ingredienti per programmare e infine raggiungere la sua stessa resurrezione.
Ci sono dei giovani meravigliosi. Si trovano ovunque, però, qui, sui terreni spinosi, hanno una forza in più, la capacità di chi deve adattare passione e intelligenza a un contesto non propizio. Li conosciamo per nome. Alcuni sono andati via. Altri stanno tornando per mettere a frutto le ricchezze raccolte lungo il cammino.
La Sicilia, per loro, sarà forse l’Itaca cantata dal poeta Kafavis. Con la sua domanda tendente all’infinito: “Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos’altro ti aspetti?”. Una partenza per un ritorno a casa, diversi nel rimanere fedeli a se stessi. Saranno loro, da nomadi digitali, ad attuare l’ultima rivoluzione, il movimento per liberarci dall’oppressione di fetidi luoghi comuni e recenti signorie di poteri legati al vorace consumo?
La nostra felice ‘biodiversità’
La Sicilia, nonostante gli scempi, resta saldamente adornata dalla sua bellezza. Accanto all’uso peggiore, c’è un orizzonte migliore da interpretare. L’ampiezza dell’accoglienza, il gusto per l’incanto quotidiano, il sentimento della giustizia nato sulla scorta dei martiri: ogni dettaglio compone una biodiversità inestimabile.
Perché i luoghi e le persone, in un contesto teoricamente uguale di opportunità e diritti, respirano una singolarità che diventa la chiave stessa dello sviluppo armonioso, se si trasforma in condivisione, mai in solitudine.
La Sicilia può essere una delle patrie di una simile consapevolezza. Un vessillo piantato in faccia al globalismo deteriore che mortifica la fantasia, in ossequio a un impero di sottomissioni in cui saremo consumatori, dunque omologabili. E non esisteranno, in quel cinico reame, opinioni dissimili dal comprare, dal vendere, dall’essere comprati, con la definizione atroce della vita alla stregua di merce, dunque, logicamente deperibile.

Le parole di Giovanni Paolo II
La nostra terra, in una stagione universale talmente orrenda, con le esistenze sacrificate all’ingrosso, è caratterizzata, come ricordava Papa Giovanni Paolo II, nel suo discorso ad Agrigento, da un inesauribile giacimento di umanità.
“Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole civiltà della vita!”. Valeva allora, come vale adesso.
Da sola, la splendente Sicilia non è, tuttavia, sufficiente per risorgere. Occorre una classe dirigente che abbia una visione imprenditoriale civica, contribuendo al benessere della comunità e dei singoli.
Il ruolo della politica
Serve una politica che sappia concentrarsi, oltre le polemiche faziose e i calcoli di bottega, sulle risorse e sulle soluzioni. Serve, cioè, la vera politica, nella normale dialettica, in grado di guardare lontano, senza distinzioni strumentali.
Il rispetto e la cura per l’informazione, per la cultura, nel contesto tracciato, sono dati essenziali. Il sostegno, nella distanza dei ruoli, alla stampa libera è un riconoscimento del suo valore costituzionale.
Chi ‘scommette’ sui giornali, salvaguardandone il prezioso ordito originario, rende un servigio a tutti, investendo in un bene primario della democrazia.
La nostra ‘missione’
Come ci collochiamo noi di LiveSicilia? Quali ambizioni nutriamo? Quali speranze coltiviamo, nel giorno consacrato alla speranza? Lo scrivevo, in forma di programma, dopo la mia nomina a direttore responsabile della testata.
“Un giornale è una fonte di notizie, storie, informazioni, questo resta inscritto nel suo Dna che, con il tempo, si è parzialmente modificato e ha conosciuto vaste e temibili opzioni concorrenti.
Un giornale, oggi, è anche qualcosa di più. Interagisce con la vita delle persone, grazie ai nuovi mezzi che diventano subito vecchi, per lasciare spazio ad altri e nuovissimi.
Un giornale, da scoprire ogni mattina, è come un abbraccio. Qualcosa che riguarda la vita di tutti e che cerca, per quanto può, di portare il conforto di pensieri e sentimenti che non lascino mai solo chi legge”.
Ci siamo continuamente posti il problema della fedeltà all’assunto. Ci fanno piacere i riconoscimenti che la comunità dei lettori esprime quotidianamente. Ne siamo orgogliosi. Ci piacciono pure le critiche: aiutano a migliorare. Metteremmo nel conto perfino qualche attacco pretestuoso, ove si palesasse. Sarebbe una medaglia lucente sul petto della nostra indipendenza indiscussa e indiscutibile.

Come essere siciliani
Siamo qui per favorire la prosperità di comunità umane intelligenti, governando la contemporaneità, non subendola. Siamo qui per dare valore alle persone, alla cittadinanza, alla sicilianità più nitida. Ponendoci, umilmente, nel solco degli eroi, di Padre Pino Puglisi, di Fratel Biagio Conte, le cui immagini riproponiamo come un rasserenante monito.
Ci sentiamo partecipi di un luogo aperto, disponibile per il confronto, in cui rivendichiamo la nostra autonomia di giudizio. Siamo qui per lasciare qualcosa che consegni al futuro una terra più giusta, cominciando dal presente. Questa è la nostra speranza. Questo, per noi, vuol dire essere siciliani.
Buona Pasqua ai lettori.
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