People help the People |per integrare l’uomo nel mondo - Live Sicilia

People help the People |per integrare l’uomo nel mondo

Anche la solidarietà sociale tra gli obiettivi dell'associazione no profit palermitana, nata nel 2009 e partner del progetto “FutEur, l’Europa del Futuro”.

intervista al presidente labita
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PALERMO – Integrazione e solidarietà sociale attraverso la salvaguardia del patrimonio storico, culturale e ambientale del territorio: sono questi alcuni degli obiettivi che si pone People help the People (Php), associazione no profit palermitana, nata nel 2009 e partner di “FutEur, l’Europa del Futuro”, il progetto europeo partito a marzo ad Ashbourne, in Irlanda, e finanziato nell’ambito del Lifelong Learning Programme. Giuseppe Labita, presidente dell’associazione, intervistato da LiveSicilia, ha così risposto alle nostre domande.

Da quando è nata l’associazione, quali sono i risultati migliori ottenuti?

“People help the People è un’associazione molto giovane, nata nel 2009 grazie alla passione di alcuni professionisti e a un’intuizione: scovare le migliori idee e le strategie vincenti in giro per l’Europa e trasferirle agli altri Paesi europei. Un progetto semplice, ma che consente di creare una rete con scambi bidirezionali che mette in circolo conoscenza e competenza e le rende patrimonio condiviso. In poco tempo abbiamo costruito partnership in tutta Europa e con alcuni paesi del nord Africa. E siamo orgogliosi di averlo fatto dalla Sicilia, una regione che è un avamposto privilegiato, posta com’è al centro del Mediterraneo. Già dopo i primi sei mesi di attività, siamo stati impegnati a realizzare un progetto di mobilità che ha coinvolto più di 60 operatori tra italiani e stranieri, che si sono occupati ciascuno nel rispettivo Paese di mentoring, del trasferimento della conoscenza intergenerazionale. Un’attività che continua con successo ancora oggi. Adesso in collaborazione con l’Irlanda, la Spagna, la Germania, la Lituania, la Romania e Cipro stiamo costruendo “FutEur”, un progetto che parte dal monitoraggio dei progetti finanziati dall’Unione europea dal 2005 al 2011 sul tema immigrazione e competenza digitale per evidenziare le best practice su cui investire e applicare in tutta Europa. Il progetto durerà 24 mesi e prevede anche una serie di seminari sul tema. A Palermo prevediamo di organizzare tra febbraio e marzo una grande conferenza internazionale sull’immigrazione e la competenza digitale. Ogni partner cofinanzia il progetto con il 25% di risorse proprie”.

Quali le associazioni che avete promosso a livello europeo?

“Tutte le azioni di People help the People sono tese a creare partnership costruttive e ad alto valore aggiunto. Nel nostro piccolo, siamo orgogliosi di essere riusciti ad aprire una finestra più grande a quelle realtà locali che per carenza di risorse, e magari per assenza di figure professionali opportunamente formate, non riescono a fare emergere le loro potenzialità. Ecco: questo è il ruolo che Php intende svolgere”.

Quest’anno su quale settore si sta indirizzando prevalentemente la vostra attenzione?

“Essendo la nostra un’associazione no profit, il tema del sociale è il settore al quale prevalentemente ci rivolgiamo, cercando però di abbracciare tutto quell’universo che questo tema include: anziani, bambini, stranieri, soggetti svantaggiati. Il nostro obiettivo è assicurare un aiuto, un supporto a chi veramente ne ha bisogno. Per farlo privilegiamo la diffusione di competenze sia culturali sia professionali, convinti come siamo che siano gli unici strumenti per un reale riscatto sociale. E, se possibile, evitando il ricorso a risorse finanziare pubbliche che purtroppo, oggi, scarseggiano”.

Secondo lei si fa abbastanza per incrementare l’inserimento degli extracomunitari nel lavoro? E se non è così, cosa si potrebbe fare di più?

“Un recente rapporto del Ministero del Lavoro fotografa perfettamente la situazione. Nel decennio 2010-2020 in Italia, a causa dell’invecchiamento della popolazione, assisteremo nel nostro Paese a una naturale integrazione tra italiani e stranieri. Certo, resta tanto da fare, ma credo che la strada intrapresa sia quella giusta. Mi piace pensare che questa crisi mondiale ci obbligherà ad affrontare tutto con molta più attenzione, evitando di sperperare risorse senza un reale progetto per il Paese”.

I metodi migliori per favorire l’integrazione dei bambini stranieri consistono nell’inserimento di questi ultimi inizialmente in aule composte da stranieri – con inserimento successivo in classi miste, al fine di favorire un approccio inizialmente con la lingua che non li faccia sentire degli estranei – o direttamente all’interno di scuole composte da italiani?

“E perché non confinarli in un lager, allora? Mi faccia passare la battuta… Integrazione vuol dire stare insieme, condividere un percorso di crescita comune, integrando storie e prospettive diverse. Integrare significa sintetizzare diversi punti di vista per crearne uno solo, completamente nuovo. Ciò che dobbiamo comprendere è che la diversità non è una minaccia, ma un’opportunità di crescita reciproca. Ma la strada è stata tracciata. E soluzioni come quelle proposte in questi anni da alcuni esponenti di schieramenti politici del Nord, sinceramente, non meriterebbero neanche un commento”.

In che modo lo sviluppo di competenze digitali può favorire l’integrazione?

“Mc Luhan più di 40 anni fa iniziò a parlare di villaggio globale. E ci aveva visto bene. Viviamo in un mondo in cui, grazie alle nuove tecnologie informatiche e della comunicazione, è possibile collegare in tempo reale Palermo e Hong Kong, scambiando informazioni, immagini e video. Internet ha abbattuto le frontiere, non solo fisiche ma anche culturali. L’alfabetizzazione digitale può permettere a uno straniero di competere finalmente ad armi pari. Siamo attori di un mondo digitale e quindi le competenze in materia sono diventate indispensabili. Guardiamo i bambini: oggi acquisiscono in modo quasi innato determinate competenze che noi abbiamo impiegato anni ad apprendere. Forse sarebbe il caso di avviare una seria azione formativa/informativa rivolta anche alla fascia di età 35-65 anni, soggetti cresciuti in epoca pre-informatizzata. Nel mondo del lavoro sono loro a rischiare di più: se non si adeguano al cambiamento rischiano seriamente di restarne fuori”.


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