Abiti, caffè, parole per non morire | "Così salviamo chi non ha niente"

Abiti, caffè, parole per non morire | “Così salviamo chi non ha niente”

Abiti, caffè, parole per non morire | “Così salviamo chi non ha niente”
La botique solidale

C'è una porta di persone che accolgono, a Palermo, in centro. Basta aprirla e...

PALERMO – Per oltrepassare il portoncino dal colore incerto che conduce nella città dolente e spogliata, è necessario spogliarsi un po’. “Perché hai la giacca? Chi sei?”, chiede un’ombra appena percettibile dai gradini dell’androne. Via la giacca. Una camicia si mimetizza meglio. C’è un sole che fa sudare. Accanto a quel portoncino, la sala bingo del Politeama, dove la gente cerca di trasformare fragili sogni in moneta sonante. Oltre l’ingresso, una rampa di scale che dà su una stanza grande. Qui viaggiano, verso il basso, i magri sogni della città spogliata e dolente che cerca un vestito per coprirsi.

“Il meccanismo è semplice – spiega Francesco, voce narrante della ‘Botique solidale’, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, ospite dell’opera pia Santa Lucia, questo è il luogo – chi viene qui, può fare la doccia, può avere conforto, può prendere qualche indumento e può restare per un caffè, per una parola buona, per ricevere ascolto. Il dramma di questo tempo è semplice e vale per tutti: nessuno ascolta più nessuno”.

Fuori c’è l’altro mondo, il campo di concentramento dove il diritto alla dignità di un uomo viene commisurato alla sua produttività. Non crei nemmeno un’oncia di ricchezza? Resti prigioniero nel reticolato della miseria. Dentro, si avverte una sensazione calda di accoglienza. Ha ragione Francesco: le parole tessono il senso di tutte le esistenze.

Ecco Cettina, volontaria di lunghissimo corso: “Il bene che si sparge non viene mai reclamizzato – dice -, perché è più facile sollecitare la rabbia della gente, spingerla all’odio, all’indifferenza. Invece, guarda quanta solidarietà che si riesce a mettere insieme con poco”. La stanza è davvero grandissima. Un tavolino con il caffè. Due banchi. Le persone si siedono, spiegano i loro problemi, ricevono scarpe, camicie, maglioni, giubbotti, tutto donato dai palermitani che non girano il cuore altrove. C’è un angolo con antichi giochi da tavolo, per i bimbi di ogni tempo: costruzioni, un frammento di karaoke, qualche pupazzo impolverato. C’è la libreria con un’ampia offerta per il lettore immaginario dal palato indulgente: un romanzo d’appendice, le gesta di Robin Hood, i ‘Promessi Paperi’ in un’edizione appena sbrecciata dagli anni.

“Siamo qui il lunedì, il martedì e il giovedì. Il martedì è per i senzatetto”, spiega Francesco. Una ragazza si avvicina al banco, chiede del vestiario, ha gli occhi come una primavera sfiorita. Esibisce una trasparenza ammaccata che mostra i lividi di un tempo brutale. Le storie somigliano a scalinate verso l’abisso, con qualche sprazzo di luce.

Una signora, che narra di sua figlia, ha perso il lavoro. Poi ha trovato una piccola sistemazione di fortuna. Raccontano che stesse con un compagno che la maltrattava. L’ha lasciato e prova a ricominciare. Una coppia prende spazzolino e dentifricio, il decoro è decoro. Eppure, c’è qualcuno che è riuscito a percorrere gli scalini in senso contrario, risalendo, anche se non è mai passato direttamente dal portoncino.

Come quel ragazzo bengalese di cui pochi ricordano il nome. Comprava rose di notte e le vendeva. La mattina andava a scuola. Di pomeriggio studiava. La notte dopo usciva, per aiutare suo padre. Comprava altre rose e di nuovo le rivendeva. Ora frequenta l’Università. Se ne parla con rispetto e ammirazione. Un tintinnio di speranza.

Non sempre è tutto liscio come in questo martedì di sole. Non sempre gli indumenti sono disponibili. “Ma quando abbiamo chiesto aiuto con i social – dice Cettina – siamo stati sommersi. Palermo sa essere ancora generosa, nonostante tutto”. Figure laboriose sistemano e catalogano il carico che arriva. In un angolo, Chiara divide caffè e merendine. Quanti degli ospiti sono frequentatori abituali dell’economia della sopravvivenza? Quanti invece hanno cercato una mano nella profondità del bisogno? Non importa saperlo. “Vogliono essere ascoltati”. Ed è ascoltando che ti rendi conto di quanto chiunque, compreso chi ascolta, sia un mendicante di chiacchiere, di sguardi e di abbracci. Tutto per non morire.

Ma adesso è l’ora di rimettersi la giacca e attraversare a ritroso il portoncino dal colore incerto. Il panorama si ricompone nel suo insieme spoglio. La strada dei sogni che non hanno un altrove. Il filo spinato del campo di concentramento invisibile. La ragazza che cerca un’altra primavera è in attesa sul marciapiede. Eccola – una figura esile e silenziosa – alla fermata dell’autobus, mentre abbraccia la sua giacchetta nuova come se fosse un abito da sposa.

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