Poveri, precari e senza speranza | Le cifre della tragedia siciliana

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Il rapporto della Fondazione Res.

dati a picco
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5 min di lettura

PALERMO- In Sicilia la crisi economica degli anni 2008-2015 ha alimentato le diseguaglianze economiche e sociali. La distanza tra ricchezza e povertà aumenta e la crisi ha approfondito i divari, ampliando l’area del disagio e rendendo le classi sociali sempre più distanti. Nel Mezzogiorno – e soprattutto in Sicilia – i fenomeni risultano più accentuati. La povertà relativa colpisce nell’isola l’11,7% delle famiglie (6,1% nella media nazionale) e il 10,8% delle persone (media nazionale 7,6%). E’ quanto emerge dal rapporto congiunturale della Fondazione Res, presentato a Palermo. Anche la povertà assoluta è cresciuta negli anni, raggiungendo in Sicilia livelli massimi: secondo stime Res, circa 260 mila famiglie e oltre 720 mila persone, su una popolazione di poco più di cinque milioni di abitanti. La povertà colpisce soprattutto le fasce più deboli, giovani fino a 35 anni e anziani oltre i 65 anni di età, ed è solo in parte compensata dalla presenza di meccanismi di “welfare familiare”. Il fenomeno è più accentuato nelle grandi città che nei centri minori e per le famiglie di maggiore ampiezza. L’incidenza della povertà risulta in aumento anche fra le persone dotate di un titolo di studio anche di livello superiore, segnalando la crescente difficoltà di trovare una posizione lavorativa e una remunerazione sufficienti per un dignitoso standard di vita. Oltre che tra i disoccupati e le persone in cerca di lavoro, il disagio cresce anche fra le persone che hanno già un lavoro, con il deterioramento relativo e la precarizzazione delle loro condizioni reddituali. Il fenomeno risulta relativamente più evidente e in maggiore accelerazione per le fasce degli impiegati, quadri e dirigenti e coinvolge persino il pubblico impiego, categoria molto ampia nell’Isola.

La distanza fra i redditi è aumentata all’interno della regione e rispetto alle altre aree del Paese. Il reddito medio familiare (21.800 euro) e quello mediano (17.900 mila euro) sono i più bassi a livello nazionale (29% al di sotto la media) e il 50% delle famiglie in Sicilia vive con meno di 1.500 euro al mese. L’indice di diseguaglianza dei redditi, dato dal rapporto fra le somme percepite dal 20% superiore della popolazione e i redditi ricevuti dal 20% inferiore, agli estremi della distribuzione, è salito in Sicilia fra il 2008 e il 2015 da 5,7 a 8,3: l’ammontare dei redditi dei più ricchi è oltre otto volte superiore a quello dei più poveri.

In Sicilia il panorama delle assunzioni formali nel 2016 vede una diminuzione dei contratti a tempo indeterminato del 27,2% e una ripresa dei contratti a termine del 7,7%: categoria prevalente con il 60% circa delle nuove assunzioni. In aumento i contratti in apprendistato (+88,4%), a volumi decisamente più modesti. E’ quanto emerge dal rapporto congiunturale della Fondazione Res. In tema di precariato, la Fondazione Res, sottolineato il ruolo dei voucher, buoni di lavoro per pagare il lavoro occasionale accessorio, che in realtà si sono rivelati, soprattutto in Sicilia, anche un veicolo di diffusione di forme di lavoro irregolare. Nel 2016 sono stati venduti in Italia 133,8 milioni di voucher del valore nominale di 10 euro, con un incremento, rispetto al 2015, del 23,9%; in Sicilia l’aumento è stato del 31,6%, con oltre 3,4 milioni di voucher venduti.

A fine 2016 le imprese attive in Sicilia erano meno di 366 mila, circa un migliaio meno dell’anno precedente. Nei dati di insieme, la flessione del numero delle imprese nell’isola iniziata nel 2007-2008 sembra ormai aver raggiunto il suo punto di minimo. Le variazioni nel periodo 2007-2016 rimangono negative (-7,3%), ma i dati mostrano importanti cambiamenti strutturali, in termini settoriali e territoriali. E’ quanto emerge dal rapporto congiunturale della Fondazione Res, presentato a Palermo. I valori persistentemente negativi degli investimenti, molto lontani da quelli nazionali, sono quelli che condizionano più pesantemente le prospettive di crescita dell’economia. Il 2015 dovrebbe rappresentare il punto di svolta anche di una ripresa della spesa in beni strumentali, che dal 2016 e nel biennio successivo potrebbe registrare incrementi nell’ordine del 4% per macchinari e attrezzature e dell’1,4% per le costruzioni, soggette comunque a una minore variabilità

Dopo l’aumento del Pil nel 2015 di +2,1%, le nuove stime prevedono un margine più modesto ma ancora positivo in Sicilia per il 2016 pari a +1,3% e per il 2017 del +1%. E’ quanto emerge dal rapporto di CongiunturaRes, l’osservatorio congiunturale della Fondazione RES, presentato a Palermo. La lentezza della crescita si riflette sulla debolezza del tessuto produttivo dell’isola, in calo dal 2007 al 2014, e sulla creazione di lavoro. La disoccupazione mostra un lievissimo calo: il tasso era del 21,4% nel 2015, scende al 21,2% nel 2016 e dovrebbe attestarsi al 20,9% nel 2017, dato sempre tra i peggiori in Italia. In sostanza, la crescita debole non produce lavoro e quando lo fa spesso è precario. Le famiglie siciliane, inoltre, sono le più povere in Italia: hanno un reddito inferiore del 29% rispetto alla media nazionale e la crisi ha alimentato le diseguaglianze economiche e sociali.

Il principale sostegno alla crescita, secondo il rapporto della Fondazione Res, sarà offerto anche nel 2017 da un aumento della produzione e delle esportazioni (+5,2%) e da una modesta ma evidente ripresa degli investimenti produttivi (+2,5% in complesso, macchinari e attrezzature +4%), che dovrebbero contribuire positivamente al rafforzamento della crescita e della competitività del sistema. La domanda delle famiglie, non cedente (+0,9%), dovrebbe mantenersi sui livelli attuali. La bassa crescita del reddito continua a rappresentare il principale fattore di contenimento della spesa privata. I consumi pubblici, vincolati dalle stringenti difficoltà finanziarie delle amministrazioni, continuano da anni a segnare il passo. Nel 2017 il tasso di crescita della domanda al dettaglio dovrebbe registrare livelli di poco inferiori a quelli dell’anno precedente, attestandosi a fine anno intorno allo 0,9% e in linea con l’incremento atteso del Pil, assicurando la tenuta di fondo dell’economia. La tendenza dovrebbe confermarsi nel 2018, a ritmi leggermente superiori. La leggera flessione dei prezzi al consumo delle principali voci di spesa delle famiglie continua a garantire nella regione il mantenimento del potere d’acquisto reale dei redditi. La componente pubblica della domanda aggregata non segna variazioni di rilievo. In termini di spesa corrente, i consumi pubblici rimangono sostanzialmente invariati in ogni voce di spesa delle amministrazioni nel 2016 e, in prospettiva, nel biennio ormai in corso. (ANSA).

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