Sulle polemiche provocate dall’esclusione dei progetti presentati dalla Regione Siciliana dal Recovery Plan nazionale tutto mi sarei aspettato tranne di ritrovarmi d’accordo con il segretario regionale siculo della Lega Stefano Candiani. Ho spesso manifestato il mio pessimo giudizio sul Carroccio e sul suo condottiero in giubba verde Matteo Salvini ma la libertà di pensiero e la mancanza della cultura dell’appartenenza ti possono fare concordare qualche volta anche con chi sta all’opposto, dichiarandolo pubblicamente. Ecco cosa ha affermato Candiani: “Avevo già ammonito in altre sedi sul fatto che il piano proposto dalla Sicilia fosse poco concreto e non aderente alle finalità del Recovery e con una inspiegabile esclusione della parte meridionale dell’isola, eppure si è preferito andare avanti presentando al governo nazionale un documento dove si andava palesemente fuori tema ed è chiaro che in questo contesto a Roma hanno avuto gioco facile nel far scomparire il ponte sullo Stretto e inserire opere già in gran parte finanziate come la velocizzazione ferroviaria Pa-Ct-Me. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è fortunatamente ancora un documento preliminare e non c’è bisogno di rispettare nessuna scadenza tuttavia è necessario che a Roma come a Palermo si cambi rotta, non è possibile mandare avanti piani troppo vaghi e con governance annacquate”. Non fa una grinza, evidentemente però il presidente Musumeci e i suoi alleati sono febbrilmente impegnati nell’imminente rimpasto in Giunta a causa del mutamento dei rapporti di forza all’Ars dopo gli ennesimi cambi di casacca.
Ma sarei ingiusto se non sottolineassi il fatto che il vizio di occuparsi delle solite beghe di Palazzo (leggasi spartizione di poltrone) nel pieno di una pandemia che uccide le persone e l’economia non è soltanto del centrodestra, lo vediamo pure a Roma dove PD, M5S, Italia Viva e LeU governano il Paese. In proposito serve una riflessione. In Sicilia non si può sfiduciare il governo regionale con un voto a Sala d’Ercole, a Roma sì. Far cadere il governo Conte adesso per correre verso il buio, con il pretesto di una asserita marginalizzazione del Parlamento rispetto alla gestione dei fondi europei messi a disposizione per affrontare la grave crisi economica dovuta al Covid-19, sarebbe un atto di sciagurata irresponsabilità sul fronte dell’emergenza sanitaria, di follia politica perché ci consegnerebbe alla peggiore destra che l’Italia abbia mai conosciuto e di miopia economica perché ci porrebbe nel contesto europeo in una condizione di grande debolezza, proprio ora che avevamo rialzato la testa ottenendo risultati mai sperati prima. Forse siamo l’unico Paese in cui in piena pandemia si rischia una crisi di governo con l’incognita di possibili elezioni anticipate o di un nuovo governo inevitabilmente altrettanto traballante, e ciò la dice lunga sul nostro grado di serietà e affidabilità. Allora, occorre assolutamente che i protagonisti in campo, Renzi, il PD, la parte del M5S recalcitrante e lo stesso Conte, trovino presto la quadra e un punto di incontro sull’utilizzo del Recovery Fund lasciando sullo sfondo interessi di partito. Se tutto dovesse crollare sapremmo bene di chi è la colpa, non certo di Salvini o della Meloni.
