Referendum, come voterebbe Totò Riina?

Referendum, come voterebbe Riina? L’antimafia e l’occasione perduta

La domanda. Che non appare strana perché...

Come voterebbe Totò Riina al referendum sulla giustizia? Se la domanda vi sembra surreale e poco intelligente, avete ragione. Siamo nel perimetro di un paradosso. Ad altri potrebbe apparire non particolarmente strana nel rosario delle cose dette, scritte e pensate, per una consultazione che somiglia, ogni minuto di più, a un sereno confronto tra Capuleti e Montecchi sui confetti matrimoniali (erano quelli, come si sa, di Romeo e Giulietta).

Una discussione sul fatto in sé risulta ormai quasi impossibile. Da destra a sinistra è tutto un descrivere l’apocalisse se vincessero quelli del Sì o del No. Tutto un fiorire di iperboli, di fotomontaggi estremi, di contrasti insanabili. Il sequel di ‘Angeli e demoni’.

Come voterebbe Totò Riina?

La domanda sul voto del feroce boss di Corleone suonerebbe, dunque, un po’ meno lunare, se collocata nel clima attuale. Tanti la mafia e la criminalità le hanno già tirate in ballo, preconizzando dinamiche catastrofiche, nel contrasto, in caso di vittoria del sì.

Mentre è passata alla cronaca una citazione, successivamente interpolata-precisata, del procuratore Nicola Gratteri: “Voteranno per il sì indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”.

Non si capisce perché espungere dall’elenco la regina cattiva di Biancaneve e Vecna, il malamente di ‘Stranger Things’. Sia scritto con un rispettosissimo sorriso, al cospetto delle generalizzazioni. Sia aggiunto per sovrabbondanza: è noto che nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva.

Il valore del dubbio

Resta, in una sparuta schiera di superstiti, il salutare dubbio laico compulsivo: siamo proprio sicurissimi che uno dei possibili esiti del referendum – il sì – spalancherebbe le botole dell’inferno, scardinando l’intera catena dell’attività giudiziaria?

Perché, dati di realtà alla mano? Quali le prove in appoggio a simili dogmi? Dall’altro lato del campo, sarebbe un segnale di apprezzabile continenza la cessazione di sgradevoli, nonché indiscriminate, reprimende sulla magistratura, con ingerenze fuori posto.

L’abracadabra dei colpi a effetto ha sovvertito il normale ordinamento dei ragionamenti. La suggestione regna vittoriosa.

Eppure, certi combattenti arditi delle due schiere sollevano, in privato, perplessità che mai affermerebbero pubblicamente. Chiunque conosce qualcuno che coltiva l’indecisione, in clandestinità, considerandola un’eresia. Ragionare si può e noi tenteremo di spingere alla riflessione purchessia, ascoltando diversi pareri argomentati. Ci proveremo, insomma.

L’antimafia, occasione perduta

C’è, infine, una questione nella questione. Ancora una volta, assistiamo a strumentalizzazioni in nome di un’antimafia culturale, perennemente ansiosa di fibrillazioni.

Il dottore Falcone e il dottore Borsellino sono stati ingaggiati a vario titolo, con interpretazioni risolute e decontestualizzate, nella distribuzione di patenti, anatemi, scongiuri. Senza tenere conto di una circostanza suprema: non sappiamo quali sarebbero stati oggi i commenti di ieri, soprattutto se estrapolati o rimaneggiati.

Non è un atteggiamento nuovo, non è nemmeno la prima volta che due grandi magistrati subiscono lo smacco di definizioni da cui è difficile scansarsi, non camminando più tra i viventi.

Esistono territori che dovrebbero rappresentare, pur nelle differenze speculative, un luogo d’incontro. Quando vengono trasformati nella trincea di una incessante divisione, la memoria è destinata a diventare l’ennesima occasione perduta.

Sarebbe più giusto lasciarli in pace il dottore Giovanni Falcone e il dottore Paolo Borsellino. Perfino da eroi morti, come accadde da eroi vivi, si trovano al centro di astiose polemiche, sempre loro malgrado.

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