RIBERA (AGRIGENTO) – Resta ancora senza primario il reparto di Malattie infettive e tropicali dell’ospedale Fratelli Parlapiano di Ribera (Agrigento). Il concorso pubblico si è interrotto bruscamente alla prova colloquio, andata deserta per la mancata presenza dell’unico candidato, il medico Giuseppe Rotondo.
Si tratta dell’ennesima battuta d’arresto di una vicenda iniziata nel gennaio 2022 con l’addio del primario Fabrizio Pulvirenti.
Successivamente, nel maggio dello stesso anno, l’Asp di Agrigento ha avviato una prima selezione biennale vinta proprio da Rotondo, il quale si è poi dimesso per motivi personali. La procedura per l’incarico a tempo indeterminato è stata avviata nel 2024, ma l’iter ha subito forti rallentamenti anche a causa del rifiuto di 24 specialisti contattati in tutta la penisola di comporre la commissione esaminatrice. Risolto il rebus delle nomine, c’è stata la defezione dell’unico candidato.
La replica del dottor Fabrizio Pulvirenti
Riceviamo a pubblichiamo. Avendo letto il mio nome chiamato in causa ripetutamente nella questione che ben conosco del reparto di malattie infettive dislocato presso il presidio di Ribera per il quale non si troverebbe ormai da anni un “primario”, ritengo – per amore di verità e per corretta informazione – evidenziare alcuni elementi che aiutano a rintracciare le cause della vicenda e non solo l’ultimo sintomo in ordine di tempo, così da trovare una cura efficace. Chi ha letto la notizia pubblicata in queste ore sull’ospedale di Ribera avrà provato, immagino, un moto di sorpresa. Il reparto di Malattie Infettive resta senza primario perché l’unico candidato ammesso al colloquio non si è presentato. Io quella sorpresa non l’ho provata.
Nel giugno del 2021, in piena epidemia CoViD, ho vinto la selezione pubblica per guidare l’unità operativa di Malattie Infettive dell’Asp di Agrigento. Il reparto, assecondando scelte organizzative che ho ritenuto prive di una convincente giustificazione tecnico-sanitaria, piuttosto che essere collocato nell’ospedale principale della provincia, il San Giovanni di Dio di Agrigento, è stato posizionato nel piccolo presidio di Ribera. Esposi subito le mie perplessità, ma le decisioni erano state prese a livelli superiori e non c’era margine per cambiarle.
Nel frattempo, a Ribera erano state investite ingenti risorse pubbliche per allestire una terapia intensiva e una semintensiva CoViD: letti, monitor, respiratori.
Nel novembre 2021 incontrai l’assessore Razza e gli proposi informalmente la soluzione tecnica a costo zero di spostare Malattie Infettive nell’ospedale di Agrigento, sede di alta complessità clinica e necessitante delle competenze infettivologiche, e trasformare Ribera in un centro a valenza regionale per l’alto isolamento respiratorio, sul modello di quanto già realizzato ad Aviano, in Friuli-Venezia Giulia. Non accadde nulla. Così, il mese successivo, coerentemente rassegnai le dimissioni. A febbraio 2022, nonostante avessi già protocollato le dimissioni, provai la stessa strada con la presidente della sesta commissione sanità dell’Ars, l’onorevole Margherita La Rocca Ruvolo, la quale mi rappresentò, in sostanza, la preoccupazione che i cittadini di quell’area non avrebbero compreso il progetto.
Da allora sono passati quattro anni e, dopo varie traversie, il direttore sanitario dell’Asp, il dottor Raffaele Elia, professionista che conosco da tempo e di note capacità organizzative, secondo quanto riportato dalla stampa locale, avrebbe dichiarato che l’Azienda non ha in organico nemmeno un infettivologo e che la posizione, così com’è, non attira i medici qualificati.
Il punto è che la carenza di medici, pur reale, non basta a spiegare questa vicenda. E non è neppure soltanto un problema di retribuzione. È un problema di un reparto collocato in una sede che, a mio giudizio, non rispondendo ai criteri di efficacia organizzativa, integrazione clinica e valorizzazione degli investimenti necessari a una struttura specialistica di questo tipo, non avrebbe mai potuto funzionare stabilmente secondo il modello organizzativo per il quale era stato concepito. E infatti, finita l’emergenza CoViD, non funziona.
Quasi giornalmente, per i buoni rapporti che sono rimasti con i colleghi delle altre discipline dell’ASP di Agrigento, ricevo telefonate tese ad ottenere consigli che, ovviamente, nel maggiore interesse dei pazienti, non mi sento di rifiutare.
Ma il problema rimane. E la sanità non si cura con il solo spirito di servizio del personale del SSN, serve visione, concordia sull’obiettivo di fare il bene dei cittadini, separare l’interesse generale da obiettivi di bacino più circoscritto. Le alte specialità come le Malattie Infettive vivono di piena integrazione con le altre unità operative, dal pronto soccorso alle terapie intensive. Collocarle in un piccolo ospedale periferico le condanna all’irrilevanza funzionale, a danno del diritto alla salute.
Nessun infettivologo con alternative sceglierà di lavorare isolato, lontano dalla complessità clinica che dà senso alla propria competenza e che la rende utile alla comunità. Il concorso deserto di questi giorni non è un incidente di percorso. È la conseguenza aritmetica di una scelta politico-organizzativa sbagliata fatta nel 2021, mai corretta da nessuno dei decisori che si sono succeduti, nonostante le soluzioni ragionevoli proposte.
La Sicilia potrebbe avere una delle migliori sanità pubbliche d’Italia. Ha le professionalità e le strutture e ha il bisogno sanitario che giustificherebbe più di un centro di eccellenza in grado di attrarre pazienti da tutto il Sud. Invece i siciliani fuggono verso il Nord con una spesa per la mobilità sanitaria che, secondo i dati di AGENAS, nel 2024 ha sfiorato i 242 milioni di euro. Per avere una misura di questa spesa, si consideri che una grande struttura ospedaliera, delle dimensioni dell’Ospedale Cannizzaro di Catania, costerebbe di edilizia e impiantistica circa 400 milioni di euro! Da siciliano e da medico è un tema che mi sta molto a cuore e su cui ho avuto modo di riflettere anche recentemente, con una serie di proposte per rifondare il sistema sanitario, confluite quest’anno in un libro “SSN4.0”
Il centro regionale di alto isolamento che avevo proposto per Ribera, sul modello di Aviano (Pordenone), oggi esisterebbe a costo pressoché zero, avrebbe dato a quell’ospedale un ruolo preciso e avrebbe dato all’ASP di Agrigento una Unità Operativa di Malattie Infettive dove ce n’è davvero bisogno. Il modello che allora proposi sia all’Assessore che alla presidente della sesta commissione dell’Assemblea Regionale Siciliana, non nasce da un’idea personale, ma dall’analisi delle migliori esperienze maturate in altri territori, italiani e internazionali, che hanno convertito le piccole strutture in centri mono specialistici capaci di attrarre pazienti non solo dalla stessa Regione, ma anche dal resto d’Italia. Troppo spesso, in Sicilia, proposte di questo genere si scontrano con la stessa obiezione che fu rivolta alla mia: i cittadini non capirebbero.
Personalmente sono disponibile e felice di aiutarli a comprendere, in ogni sede. Chissà se ci si sia presi la briga di provare a spiegare loro che un ospedale deve anzitutto essere sicuro, utile ed efficiente per tutti.

