Il ristorante in via Vittorio Emanuele: condanna per usura - Live Sicilia

Il ristorante in via Vittorio Emanuele: condanna per usura

Il Tribunale di Catania
Quattro anni di carcere a un 55enne catanese che cedette nel 2012 la sua attività e poi avrebbe chiesto interessi altissimi.
CATANIA
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CATANIA. L’ex titolare di un ristorante di via Vittorio Emanuele, che dieci anni fa chiuse i battenti, è stato condannato a 4 anni di reclusione e 11 mila euro di multa per usura ai danni della ristoratrice che acquistò da lui la gestione del locale. Il Tribunale collegiale di Catania, con in testa il presidente Consuelo Corrao, ha condannato a 4 anni di reclusione un catanese di 55 anni, G.C.. A denunciarlo fu proprio l’acquirente, che non si è costituita parte civile. E va sottolineato che in aula lo stesso pubblico ministero aveva chiesto l’assoluzione dell’imputato, ritenendo che non fosse stata raggiunta, all’esito dell’istruttoria dibattimentale, la prova del reato.

Richiesta a cui si era associato ovviamente il difensore, il penalista catanese Placido Massimo Costanzo, che in un’accorata arringa aveva anche affermato l’assoluta estraneità alle accuse del suo assistito, chiedendone il proscioglimento come atto di “giustizia sostanziale”, non già – o non solamente – con la formula che un tempo era dubitativa (la vecchia insufficienza di prove, che oggi si applica quando manca, è insufficiente o priva di riscontri l’ipotesi delittuosa), ma proprio perché il fatto non sussiste o per non averlo commesso.

In aula, ha spiegato il pm durante la requisitoria, è emersa chiaramente la cessione alla denunciante di un ramo d’azienda, ovvero licenza e beni mobili – sedie, tavoli e tutto ciò che occorre per gestire un locale peraltro ben avviato e centralissimo – per la somma concordata di 30 mila euro. Somma relativa alla cessione di un ramo d’azienda, va sottolineato, perché il locale era in affitto. La metà dei trentamila euro fu pagata al momento dell’accordo, mentre per la seconda parte fu concordato un pagamento dilazionato tramite assegni, che non sarebbero stati mai scambiati: nel frattempo l’acquirente avrebbe pagato solo degli acconti, nonostante le richieste pressanti dell’imputato.

Secondo il pubblico ministero, non sarebbe stato chiaro se tali richieste fossero relative al capitale o a ipotetici interessi, da qui l’ipotizzata assenza di prove. Secondo l’arringa del difensore, invece, non sarebbe stato mai applicato alcun interesse e le richieste di consegna del capitale pattuito sarebbero state giustificate dalla difficile situazione economica dell’imputato, anche per via dei mancati pagamenti: avrebbe voluto aprire un’altra attività, ma non avrebbe potuto anche per via di quelle somme non ricevute. Peraltro l’imputato non avrebbe precedenti specifici e non sarebbe emerso da nulla alcun contatto tra lui e eventuali organizzazioni criminali.

Ma per i giudici, invece, dall’istruttoria dibattimentale sarebbe emerso un quadro differente, in relazione all’ipotesi di usura: l’imputato è stato ritenuto colpevole del reato. Al momento è stato depositato solo il dispositivo della sentenza di primo grado. Le motivazioni saranno depositate entro i prossimi novanta giorni, poi inizieranno a decorrere i termini per eventuali impugnazioni in appello da parte della difesa. 


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