Che cosa puoi rubare a un malato di cancro che la sorte non gli abbia già rubato? Puoi prendergli il televisore, per esempio. E accecarlo.
Il raid all’Oncologia del Policlinico, con annesso furto di otto apparecchi tv dedicati a chi affronta la chemioterapia, non è solo un reato penale. Siamo già scaduti nell’inumanità che non appare meno grave solo perché il suo perseguimento non rappresentava il fine ultimo. Che sia preparato o casuale, l’inferno inflitto agli altri si risolve sempre nella dannazione dei colpevoli.
Molti hanno purtroppo esperienza di mali lunghi come corridoi bui, di chemioterapia, di corpi che si stancano, piegati proprio dal contravveleno, dal farmaco che tenta disperatamente di salvarli. Il cancro è un’isola deserta. La chemio è la bottiglia lanciata in mare, alla ventura, alla speranza. Quel corridoio buio può illuminarsi. Lo adorna l’amore impotente di coloro che lo percorrono, stretti, di fianco, un passo indietro. La forza e il coraggio lo accendono. La bellezza ne prende possesso, accanto al dolore.
Gli accadimenti che nella vita di un sano vengono considerati residuali, diventano centrali nel calvario di un ammalato. Un televisore-soprammobile può trasformarsi in un unico occhio di Polifemo aperto sul mondo di fuori, quando l’orizzonte del letto è il confine dell’isola deserta. Ecco perché ci colpisce e ci fa gridare di rabbia questa semplice notizia di cronaca: cosa volete che sia un furto a Palermo?
Perché descrive lo sputo in faccia all’amore e alla sopportazione. Il danno che non si ripara. Il peccato che non si perdona.

