Ogni settore della vita pubblica ha le sue pecche e le sue “pecore nere”, incluso ovviamente il mondo della Scuola. Abbiamo ancora negli occhi le incredibili immagini di quella maestra di Torino che durante una manifestazione inveisce violentemente contro carabinieri e poliziotti augurando ai tutori dell’ordine tutto il male possibile, addirittura la morte. Probabilmente solo un caso limite da sanzionare severamente.
Ci preoccupano, invece, i numerosi episodi che vedono dei genitori aggredire fisicamente i docenti. Una delle ultime “performance” l’abbiamo registrata a Foggia dove un padre si è fiondato in aula prendendo a pugni e calci il vice preside per un rimprovero all’adorato figliolo. Ancora prima, in provincia di Siracusa, un padre e una madre con le idee decisamente confuse sui contenuti di una sana educazione da impartire ai ragazzi, in opposizione a qualsiasi violenza, e sulla funzione formativa della Scuola avrebbero pensato bene di massacrare di botte un insegnante reo di avere ripreso il loro ragazzo.
Risultato, una costola rotta per il malcapitato e una denuncia per i genitori energumeni. Circa un anno fa era successa la stessa cosa in una scuola palermitana, un raid collettivo con persone animate da sacro furore punitivo nei confronti di un docente, mandato all’ospedale.
Sono soltanto alcuni esempi riportati dalla cronaca. Più in generale, leggiamo spesso di genitori che chiedono conto e ragione di presunti torti subiti dai poveri figlioli con toni e atteggiamenti a dir poco inquietanti, sfiorando il codice penale. Oppure, novità pericolosa, si imbastiscono sbrigativi tribunali speciali di infausta memoria con i docenti permanentemente sotto giudizio attraverso i gruppi di classe WhatsApp.
Capita di percepire, in proposito, una legittima apprensione che invade l’animo di dirigenti scolastici e insegnanti dinanzi a tali manifestazioni di collera che possono sfociare in offese verbali se non, addirittura, in autentici pestaggi. Potremmo aprire un ampio dibattito sulle cause a monte, sull’autorevolezza perduta dei docenti (che in Italia complessivamente lavorano più dei colleghi europei ma vengono pagati meno), sulla fragilità e problematicità di certe famiglie, sul fatto che in Italia la Scuola non è, come dovrebbe essere, il cuore pulsante della nazione nonostante le continue, e magari dannose, riforme avanzate dal ministro di turno (il nostro Paese si conferma tra i fanalini di coda su scala europea per investimenti in formazione: il 4% del Pil, sotto di quasi un punto percentuale rispetto alla media della Ue (4,9%) e poco più della metà di quanto investito da Danimarca (7%), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4%)). Lo faremo.
Intanto, giova ricordare che per l’Ordinamento giuridico italiano e per giurisprudenza pacifica (vedi in particolare la sentenza n. 15367 del 3/4/2014 della Corte Suprema di Cassazione) gli insegnanti sono a tutti gli effetti pubblici ufficiali nei cui confronti può essere commesso, insieme a condotte illecite più gravi come le lesioni personali, il reato di oltraggio (art. 341/bis del c.p.) punito fino a tre anni di reclusione (lo tengano presente anche i discenti in età imputabile). Secondo gli Ermellini – il caso specifico riguardava l’episodio in cui una madre aveva offeso pesantemente l’insegnante durante un colloquio sul profitto della figlia – “l’insegnante è pubblico ufficiale e l’esercizio delle sue funzioni non è circoscritto alla tenuta delle lezioni ma si estende alle connesse attività preparatorie, contestuali e successive, ivi compresi gli incontri dei genitori degli allievi”.
Quindi, care mamme e cari papà, meglio calmare i bollenti spiriti, tra l’altro altamente diseducativi, ed esprimere critiche o contestazioni in modo civile e negli organismi scolastici a ciò deputati o, ove occorra, usando i rimedi giurisdizionali e amministrativi disciplinati dalla legge. Mentre i presidi e i docenti non si lascino prendere da ingiustificati timori, consapevoli dell’importantissimo ruolo sociale da loro ricoperto, e non esitino a denunciare fatti e comportamenti che potranno essere ritenuti dall’Autorità Giudiziaria penalmente rilevanti. Poi, possiamo discutere dell’aspetto della crescita e consapevolezza culturale del problema.

