Sicilia ancora in recessione |Disoccupazione alle stelle

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Presentata l’analisi previsionale dell’economia siciliana, realizzata da Diste Consulting per Fondazione Curella

Report Diste
di
7 min di lettura

PALERMO – L’economia siciliana continua ad annaspare nella palude della recessione e persistono le condizioni disastrate del mercato del lavoro, una fragile e discontinua ripresa si noterà per lo più in alcune regioni del Centro-Nord prefigurando per l’anno in corso la fine della crisi, malgrado le numerose minacce che incombono sull’economia italiana.

E’ quello che emerge dall’edizione numero 43 del Report Sicilia, l’analisi previsionale dell’economia siciliana, realizzata da Diste Consulting per Fondazione Curella, che è stata illustrata questa mattina, nella sede della Fondazione Curella da Pietro Busetta, presidente della Fondazione Curella, e Alessandro La Monica, presidente del Diste Consulting, con la partecipazione di Gaetano Armao, Sebastiano Bavetta, Fabio Mazzola e Giuseppe Quirino.

Nei primi mesi del 2015 l’occupazione è scivolata a 1 milione 310 mila unità, un profondo rosso che non si toccava da decenni, mentre il tasso di disoccupazione ha proseguito la scalata verso vette (23%) non più esplorate dopo le esperienze di un lontano passato. In realtà, se ai quasi 400 mila disoccupati stimati dall’Istat si sommano i 600/650 mila soggetti che nell’indagine non si dichiarano tali, ma che vorrebbero lavorare, la massa degli emarginati dal mercato del lavoro sarebbe di oltre un milione di persone. In tal caso, il tasso di disoccupazione per così dire allargato – che nella versione corrente viene definito con il termine meno inquietante di tasso di mancata partecipazione – si impenna al 44%.

In chiave macroeconomica per tutto il 2015 s’intravede una decelerazione della recessione, con un calo del prodotto interno lordo regionale dello 0,6%, nettamente inferiore al crollo medio annuo di oltre il 3% del precedente triennio. La fase discendente dell’economia è mitigata da un ritorno in positivo degli investimenti delle imprese in beni strumentali (+1,5%), e da un alleggerimento della crisi degli investimenti in costruzioni (-2,5%), dopo la forte flessione annua del sessennio precedente (-8,8%). I consumatori conservano un atteggiamento esitante nei confronti della spesa (-0,7% i consumi in termini reali), vedendosi ancora minacciati sul fronte dei redditi e dell’occupazione dall’incedere delle ristrutturazioni aziendali.

“Mentre alcune delle regioni più a Nord del Paese stanno uscendo sia pure faticosamente dalla crisi – afferma il professore Pietro Busetta, presidente della Fondazione Curella – l’economia siciliana continua ad annaspare nella palude della recessione. L’occupazione è ancora in caduta libera e la disoccupazione è dilagante. L’apparato produttivo siciliano più che in altre aree territoriali – prosegue Busetta – ha vissuto passivamente la rivoluzione tecnologica e oggi si trova in una condizione decisamente peggiore di chi ha investito in innovazione. Chi non ha investito su ricerca, sviluppo e apertura a nuovi mercati è stato colpito duramente dalle difficoltà”.

Di fronte ad un mercato del lavoro ingessato, che non ha evidenziato fin qui alcun segno di risveglio, si diffonde e cresce tra i giovani la voglia d’impresa. Dall’inizio dell’anno un piccolo esercito di residenti under 35 ha deciso di mettersi in proprio, puntando su un’idea innovativa e sulle proprie competenze per realizzarla, anche sfruttando le nuove tecnologie della rete. Delle oltre 8.000 imprese nate in Sicilia tra gennaio e marzo di quest’anno, quasi 3.150 (il 38,9%) hanno alla guida uno o più giovani con meno di 35 anni di età.

Le stime sul mercato del lavoro preannunciano una ulteriore accentuazione degli squilibri, con l’occupazione che arretra (-0,9%) per il nono anno di seguito e il tasso di disoccupazione che s’innalza al livello più alto dell’ultimo quindicennio (22,4%).

“Pur nella difficilissima fase congiunturale che la Sicilia sta attraversando – osserva Alessandro La Monica, presidente del Diste Consulting – in Sicilia sembra essersi avviata una fase che possiamo definire di “debole rinnovamento della base produttiva. Riprendono, infatti, gli investimenti in beni strumentali (+1,5%), cresce tra i giovani la voglia di fare impresa: il 38,9% delle imprese nate in Sicilia tra gennaio e marzo di quest’anno hanno alla giuda uno o più giovani con meno di 35 anni di età, le startup innovative crescono del 40% in quattro mesi, e il numero dei soggetti che tra febbraio e maggio di quest’anno ha aderito ad un contratto di rete ha segnato un aumento del 4,4%”.

Nel 2016 le condizioni economiche dell’Isola dovrebbero cominciare a cambiare in meglio, recuperando minuscole frazioni delle smisurate perdite subite dalla recessione: il prodotto interno lordo dovrebbe realizzare un incremento dello 0,5%, che porta al 16/16,5% il danno in termini di PIL dal 2007 in poi. Il riscatto sarà favorito da un discreto rafforzamento della spesa d’investimento in beni strumentali (+4%), e dalla ricomparsa di un segno positivo (+1%) degli investimenti in costruzioni, incoraggiati dalle attese di rianimazione della domanda. Un ritrovato clima di maggior fiducia sulle prospettive dell’economia arresterà la corsa in discesa dei consumi famigliari, bloccandoli attorno ai livelli di quest’anno.

La ricomparsa della crescita economica, dopo otto anni di regressione, non procurerà alcun sollievo al mercato del lavoro, ma solo una attenuazione del deterioramento. I livelli occupazionali, già ai minimi storici degli ultimi decenni, potrebbero toccare nuovi record scendendo di un ulteriore 0,3%. Sul fronte opposto, il tasso di disoccupazione manterrà le posizioni precedenti, o tutt’al più crescerà in misura trascurabile ponendosi al 12,5%.

Naturalmente non vi sono garanzie che le aspettative odierne, ancorché moderate, si realizzino. Il default della Grecia, eventuali azioni terroristiche, un allargamento dei conflitti in Medio Oriente e nella sponda sud del Mediterraneo, potrebbero peggiorare sia i preconsuntivi 2015 che le previsioni 2016. Da questa edizione, novità anche nel Comitato scientifico della Fondazione che oltre a Fabio Mazzola, Salvatore La Rosa e Pippo Quirino, si arricchisce delle presenze dei professori Gaetano Armao, Sebastiano Bavetta, Biagio Bossone, Vincenzo Provenzano e Antonio Purpura, e dei catanesi Roberto Cellini e Benedetto Torrisi, presidente del Comitato Pietro Busetta.

“Il riscatto nazionale non può non partire dal Sud. Può sembrare un’affermazione smentita dai fatti, ma è solo (ri)partendo dalla questione meridionale che tutta l’Italia può fare il tanto agognato salto di qualità”. Con queste parole il segretario nazionale della Filca-Cisl, il palermitano Salvatore Scelfo, ha commentato i dati del Report della Fondazione Curella. “Tutti gli indicatori economici del Sud ci raccontano una situazione drammatica, difficile: nelle regioni meridionali il calo del Pil è stato doppio, in questi anni di crisi, rispetto al resto del Paese. Al Sud questo lungo, terrificante periodo di recessione economica è costato 700mila posti di lavoro. Parliamo quindi di un disagio sociale che ha colpito altrettante famiglie, milioni di persone. Ma il popolo meridionale non è rassegnato, tutt’altro. Mortificato da una classe politica spesso inadeguata, se non corrotta, punito con infrastrutture degne di un Paese di “serie B”, incapace di godere i benefici delle ingenti risorse messe a disposizione dalla programmazione europea, che i politici non sono stati in grado di spendere, di utilizzare al meglio, le donne e gli uomini del Sud continuano a lottare, a sperare, a rimboccarsi le maniche. A questo punto, però, è davvero necessario uno scossone, un impeto d’orgoglio. Il rischio di finire ai margini dell’Europa è serio, non è campato in aria. Alcuni dati economici sono simili a quelli della Grecia, non c’è da scherzare. Ma ripartire dal Sud vuol dire innanzitutto fare in modo che si affermi la legalità. In tutti i luoghi, a tutti i livelli. L’affermazione della legalità è imprescindibile da qualsivoglia discorso sul riscatto sociale, sulla ripresa, sulla speranza. Legalità, soprattutto tra i dirigenti pubblici, fa rima con qualità, con efficienza, con futuro. La riscossa del Sud può e deve partire da una classe dirigente preparata, umile, onesta, pragmatica. È solo da questo momento che sarà possibile mettere in moto la macchina dello sviluppo: dotare il Sud di infrastrutture “europee” sarà la priorità, sia per rimettere in moto l’edilizia, che vale da sola l’11% del Pil, che per ridare dignità al Meridione. Grazie alle infrastrutture sarà possibile rendere più facilmente raggiungibile il Sud, che, non dimentichiamolo, è dotato di una risorsa importante, preziosa e, soprattutto, non esportabile: le bellezze naturalistiche e architettoniche. Nell’era della globalizzazione, della delocalizzazione, il turismo nelle regioni meridionali deve diventare la punta di diamante per l’intero territorio. Insieme all’industria manifatturiera ed alimentare, per citare i settori con maggiore vivacità”.

“Due illustri meridionalisti come Don Tonino Bello e Gaetano Salvemini – continua Scelfo -, in tempi non sospetti l’avevano affermato: la questione meridionale è questione nazionale. Sviluppo e solidarietà, nei loro ragionamenti che ancora oggi, e per intere generazioni, sono stato un faro, diventano i parametri per esaminare la questione meridionale. Altro tema è quello della politica intesa come servizio, come la forma più alta e più esigente di carità. Una immagine che calza a pennello anche per l’impegno del sindacalista. È da qui che bisogna partire, dall’impegno sociale e dalla voglia di riscatto, per costruire solide basi per un futuro di crescita e benessere.

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