CATANIA – Il 26 aprile 1986, l’esplosione del reattore numero quattro della centrale nucleare di Chornobyl. Avrebbe generato una delle più gravi tragedie della storia contemporanea. Trascorsi quarant’anni, le conseguenze ambientali, sociali e morali continuano a interrogare il presente. Un anniversario che il Teatro Massimo Bellini commemora. Con una prima mondiale di forte impatto visivo e sonoro, confermando l’impegno dell’ente. Impegno nel promuovere progetti artistici capaci di coniugare eccellenza musicale, sperimentazione e responsabilità civile.
Il disastro di Chornobyl ha segnato la sorte del territorio, lasciando un vulnus profondo nella coscienza collettiva dell’Europa e del mondo. È da questa ferita ancora aperta che nasce il concerto sinfonico-corale Foresta rossa. Poema multimediale di forte impatto visivo e sonoro, ideato da Alessandra Pescetta. Non ricostruisce la catastrofe, ma ne attraversa le tracce invisibili, trasformandole in un atto poetico e civile capace di parlare al nostro tempo.
L’appuntamento è per venerdì 14 febbraio alle ore 20:30 (turno A) e sabato 14 febbraio alle ore 17:30 (turno B). Nell’ambito della stagione di concerti e recital. Come sottolinea il Sovrintendente Giovanni Cultrera di Montesano: «Foresta rossa è un’opera che parla al nostro tempo con forza e lucidità. Portarla in scena significa riaffermare il ruolo del Teatro come luogo di coscienza civile, oltre che di produzione artistica. Nel quarantennale di Chornobyl, questa creazione ci invita a riflettere sul rapporto tra progresso e responsabilità. Sulla memoria come dovere collettivo e sull’urgenza di un dialogo profondo tra arte, scienza e società.»
Le video-composizioni di Alessandra Pescetta
La multimedialità dello spettacolo unisce orchestra, coro, voci soliste e immagini videoproiettate, con un cast stellare di livello internazionale. Le musiche originali di Lorenzo Esposito Fornasari saranno eseguite dall’Orchestra e dal Coro del Teatro. Sotto la direzione di Gianluca Marcianò, per dialogare con l’io narrante di Giovanni Calcagno. Con il canto di una star internazionale come Lisa Gerrarde dello stesso Fornasari econ l’ulteriore interventodella cantante jazz Aleksandra Syrkasheva.
Le video-composizioni, ideate da Alessandra Pescetta e prodotte da La Casa dei Santi. In collaborazione con LABA – Libera Accademia di Belle Arti di Brescia, costruiscono un controcanto visivo. Che non illustra ma evoca, rafforzando la tensione poetica dell’opera. Il coordinamento tecnico è affidato ad Andrea Gentili, con il contributo di Mattia Coletti al suono. Il richiamo della foresta attraversa il tempo e racconta ciò che è stato rimosso e ciò che continua a minacciarci. Dal disastro del 1986 fino al nostro presente, tra ritorni bellici, conflitti e nuove ombre atomiche. Dal 2022, infatti, la guerra attraversa nuovamente la Zona. I roghi sollevano polveri radioattive che il vento disperde ancora. La Foresta Rossa non è solo rovina o resurrezione: è un’immagine del nostro presente instabile, un monito planetario che ci osserva come uno specchio oscuro.
Anni di studio, ascolto e immersione
Foresta rossa prende forma da anni di studio, ascolto e immersione dedicati a Chornobyl, che Alessandra Pescetta ha tradotto in parola poetica e visione scenica. Il progetto è il risultato di una lunga e stratificata ricerca artistica e scientifica. Incarnata inizialmente nella scrittura di un poemetto e successivamente tradotta in forma teatrale e musicale. Ne consegue un’opera che interroga in profondità il rapporto tra uomo, tecnologia ed energia.
E osserva ciò che accade alla Terra quando l’uomo scompare.Il titolo fa riferimento alla una pineta situata a pochi chilometri dalla centrale nucleare di Chornobyl. Dopo l’esplosione del reattore del 26 aprile 1986, il fallout radioattivo colpì violentemente l’area: i pini morirono in pochi giorni, assumendo una colorazione rossastra.
Gli alberi furono abbattuti e sepolti in lunghe trincee per contenere la contaminazione. Nonostante la devastazione, la zona è oggi divenuta un luogo emblematico. In cui la Natura ha continuato a resistere e a rigenerarsi, diventando testimonianza vivente insieme della fragilità e della forza dell’ecosistema. E sollevando interrogativi profondi sul concetto di assenza umana, responsabilità collettiva e memoria.

Da questo scenario nasce Foresta rossa, non come racconto documentario ma come esperienza poetica e sensoriale. La parola, la musica, il canto e le immagini video si intrecciano in una composizione unitaria che restituisce la complessità. Emotiva, etica e politica di Chornobyl, trasformando una tragedia storica in materia viva di riflessione artistica. La creazione assume così un chiaro valore civile, ponendo al centro il tema della responsabilità dell’uomo nei confronti del pianeta. Delle conseguenze delle scelte tecnologiche e della necessità di una memoria attiva. E si configura così come un tributo a Chornobyl e all’Ucraina. Ma anche una meditazione universale sul fragile equilibrio tra l’essere umano e il mondo che abita.
Diciassette frammenti poetici
Il poema si articola in diciassette frammenti poetici, nuclei autonomi e interconnessi — come anelli di crescita di un albero — che compongono una narrazione. Fatta di stratificazioni, ritorni e metamorfosi. È la natura stessa a cantare: pietre, licheni, tronchi, vento e acqua si trasformano in voci. Lisa Gerrard incarna la voce primordiale della foresta, un respiro ancestrale, senza lingua, che unisce passato e presente. La narrazione di Giovanni Calcagno restituisce alla parola poetica peso e verticalità, attraverso una recitazione scarnificata, radicata nella terra e nel corpo. Lorenzo Esposito Fornasari, con una vocalità tellurica e rituale, intreccia canto, scrittura orchestrale ed elettronica. Orchestra e coro, diretti da Gianluca Marcianò, amplificano questa coralità, diventando essi stessi corpo sonoro della foresta.

La partitura originale di Lorenzo Esposito Fornasari fonde scrittura sinfonico-corale ed elettronica, generando un paesaggio sonoro che pulsa come un organismo vegetale. L’orchestra e il coro respirano come la foresta, mentre le voci soliste emergono come radici e germogli che si aprono nel tessuto sonoro. A questo respiro si uniscono echi reali: frammenti di canti popolari in lingua ucraina, richiami dei soccorsi, il crepitio dei rilevatori di radioattività, le sirene della centrale. Suoni di memoria e di minaccia che diventano materia musicale.
L’autrice: “La Terra non dimentica nulla”
Le video-composizioni, ideate e realizzate da Alessandra Pescetta, scandiscono i diciassette quadri del poema. Sono costruite attraverso un uso integrato di riprese live action, materiali fotografici. Originali dell’autrice, materiali scientifici forniti da istituzioni di ricerca e processi di generazione visiva tramite intelligenza artificiale, rielaborati artigianalmente come materia pittorica. Le immagini prendono avvio da materiali relativi alla fauna e alla vegetazione della Zona di esclusione, forniti dalla Riserva della Biosfera di Chornobyl e dal Museo Nazionale di Chornobyl, in dialogo con l’Ambasciata Ucraina in Italia. A questo si affianca uno studio sviluppato in collaborazione con biologi vegetali, genetisti e lichenologi dell’Università degli Studi di Pavia e dell’Università di Trieste, dedicato ai processi di adattamento, mutazione e rigenerazione degli ecosistemi contaminati.
Il poema prende origine da un testo poetico di Alessandra Pescetta, di prossima pubblicazione con Exòrma Edizioni con il titolo Foresta Rossa – Il canto silenzioso di Chornobyl, ed è sostenuto da un lungo lavoro di ricerca basato su consulenze scientifiche, storiche e testimonianze dirette.
“La Terra – sottolinea l’autrice – non dimentica nulla. Trattiene ogni impronta, ogni scintilla, ogni veleno. La vita continua, ma non è infinita. Tutto si rigenera, ma nulla torna identico. La materia si adatta, muta, trova nuove forme per sopravvivere — ma questa volta la sopravvivenza non è destinata all’uomo”.
“È un impulso più antico, impersonale, che lo precede e lo supera. Questo poema racconta quella soglia: il momento in cui la Terra continua senza di noi, e la vita, pur ferita, si ostina a cantare. Ho chiesto a chi ho incontrato durante questa ricerca cosa direbbe la Foresta, se potesse parlare. C’è chi ha risposto che chiederebbe responsabilità”.
“Chi che parlerebbe come a un eguale, come a un fratello sopravvissuto. Altri hanno parlato di silenzio, di preghiera, di paura. Poi ho rivolto la stessa domanda a me stessa. E credo che la Foresta direbbe: Cammina all’indietro. / Come quando mi offrivi pane e miele, /versavi latte nelle mie crepe perché io fossi feconda. / Il tuo canto saliva tra le mie radici / E mi chiamavi Madre. / Forse è questo il senso ultimo di Foresta Rossa: imparare di nuovo a chiamarla per nome”.

