CATANIA – Un “calvario durato 17 anni”. Un “caso di malagiustizia”, “un accanimento inspiegabile”. A luglio di quest’anno, la terza sezione della Corte d’appello del tribunale di Catania (presidente Tiziana Carrubba, giudice a latere Alessandro Dagnino) assolve l’imprenditore edile friulano Alessandro Turchet per non aver commesso il fatto. La formula è di quelle piene e mette fine ad una vicenda giudiziaria iniziata il 9 marzo del 1998, quando la Polizia arrestò il cittadino a cui solo di recente è stata riconosciuta l’innocenza in merito ai reati di detenzione di armi e droga. Allora Turchet aveva 34 anni; oggi è un uomo di mezza età segnato fin nello sguardo da un incubo che lui stesso dice di non “augurare a nessuno, a partire dall’esperienza carceraria”.
“L’assoluzione di un imputato per noi avvocati – ha detto il legale Giuseppe Lipera – dovrebbe rientrare nell’ordinaria amministrazione, quanto la guarigione di un malato per il medico, ma la lunghezza di questo iter è fuori da ogni logica”. Questione di tempi e non solo. Ciò che non ha fatto demordere in questi anni la difesa di Turchet è una somma di elementi da ricomporre con pazienza. Partendo dal fatto che l’ormai ex imputato non aveva mai messo piede in Sicilia prima dell’inizio dell’iter giudiziario. E non solo, i fatti contestati e risalenti al 1996, avrebbero dovuto riguardare la sede di Milano. Ma c’è di più. Già il 2 aprile del 1998, il Tribunale della libertà di Catania annullò l’ordine di custodia cautelare, per mancanza “non di prove, ma – sottolinea il legale – di semplici indizi”, disponendone quindi la scarcerazione.
“Già allora sarebbe stato opportuno disporre l’archiviazione”, sottolinea Lipera. Ma l’iter del procedimento, anziché fermarsi subisce un’accelerazione. Il pm, infatti, chiese il rinvio a giudizio per Turchet e la condanna a nove anni di reclusione. Il giudice di primo grado decide, invece, per quattro anni e sei mesi. La difesa ricorre in appello e la recente sentenza mette fine a una vicenda che il suo protagonista definisce “indescrivibile e carica di paura”.
La storia raccontata oggi alla stampa catanese, intanto, potrebbe non finire qua. L’avvocato Lipera ha già pronta una richiesta di risarcimento allo Stato per ingiusta detenzione, che verrà presentata alla sede competente di Messina: “In virtù della legge Pinto – ha detto il legale – chiederemo il massimo”. Tuttavia Lipera non intende lanciare alcune battaglia di principio contro la magistratura etnea. “Non dimentichiamo – conclude Lipera – che se è vero che è stato il tribunale di Catania a condannare Turchet, è lo stesso Palazzo ad assolverlo successivamente”.


