"Un ictus e 24 ore di attesa" | Viaggio nell''inferno' del Civico - Live Sicilia

“Un ictus e 24 ore di attesa” | Viaggio nell”inferno’ del Civico

Medici e infermieri bravi, ma non basta.VIDEO

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PALERMO– “Mio padre ha avuto un ictus ventiquattro ore fa e siamo ancora in attesa di andare in reparto. Mia sorella ha passato la notte qua, ora ci sono io. Non c’è nemmeno una sedia per riposare. Ma è giusto?”. Grazia Maranzano veglia un vecchietto in pigiama, in una delle sale del pronto soccorso del Civico. E’ fuori di sé; gli occhi fiammeggiano di ira repressa. Non sa con chi prendersela, vuole solo sfogarsi. Ripete: “E’ giusto trattare le persone così?”. Dalla barella accanto, un signore anziano scuote la testa: no, non è giusto.

Seconda puntata dell’inchiesta di LiveSicilia sui pronto soccorso di Palermo: il protagonista è l’ospedale cittadino per eccellenza. Una premessa: non spariamo sulla croce rossa; nella massa dolente di corpi accatastati, pantofole e coperte termiche che sporgono dalle barelle, i medici e gli infermieri non hanno colpa alcuna e avvertono il disagio di chi fronteggia un disastro, tentando di raccogliere il mare del dolore col cucchiaino dell’assistenza.

Il signore anziano che scuote la testa si chiama Francesco Colletti, viene da Sciacca e aspetta un posto letto da lunedì. Di fianco a lui, la figlia racconta: “Siamo andati al pronto soccorso della nostra città e non c’era spazio per un ricovero. Papà è stato meglio e siamo venuti a Palermo, sperando di avere più fortuna, invece…”. E’ la radiografia di un piccolo inferno prodotto dall’incapacità della politica di governare la sostanza e il contesto in cui gli esseri umani si sentono più deboli. In tanta fragilità, ognuno sceglie di farsi coraggio come può.

Salvatore Mormino racconta la sua storia di pena, bisbigliando. E, mentre parla, si aggrappa al braccio del cronista, come se non volesse lasciarlo più, come per supplicare un’evasione impossibile. Intanto, sulle guance gli cade qualche lacrima. Il manager del Civico, Giovanni Migliore, compulsa i dati sul suo telefonino: “Adesso abbiamo una settantina di pazienti nell’area d’emergenza. Ci sono otto codici rossi, quarantadue gialli e diciannove verdi”. Una scala di affollamento dalla situazione più critica a quella meno grave. E non è una giornata tremenda.

Pronto soccorso che vai, disagio che trovi, a prescindere dalla dedizione dei camici bianchi e dalla buona volontà dei direttori. Ma perché deve essere così? Perché, ovunque, i lamenti, le grida, le lettighe in corridoio, in crescita esponenziale a seconda della grandezza del nosocomio? Romano Tetamo è un bravo dottore, col vizio imperdonabile dell’umanità. E’ il capo dell’area d’emergenza. Prova a spiegare: “E’ come un imbuto che a un certo punto scoppia. I problemi sono a monte e a valle. Uno che sta male, viene qui, qualunque cosa abbia, perché, sul territorio, le risposte alternative sono poche. Quando passa la fase acuta, è difficilissimo dimettere i malati, proprio perché, a parte l’ospedale, non si rintracciano quasi mai strutture che si prendano carico della successiva fase terapeutica fino alla guarigione”.

Appunto, la teoria dell’imbuto collassato, o – come dice un altro medico, in via di metafora – della vasca da bagno tappata: prima o poi l’acqua trabocca. Con risultati che confinano nel disordine pubblico. Il Civico è una piazza caldissima. Spiega Andrea Migliarba, responsabile della sicurezza, con la divisa targata Ksm: “Spessissimo la situazione è critica. I parenti fanno pressione, alle volte con metodi aggressivi. E ci vuole equilibrio per fronteggiare la calca”. C’è un posto di polizia, “ma – chiarisce il manager Migliore – serve soprattutto per le denunce. Io – continua – ho convogliato tutte le risorse disponibili al pronto soccorso; mi rendo conto che è la vera trincea della sanità. Non mandiamo indietro nessuno. Molti pazienti sono anziani e presentano patologie complesse, noi rappresentiamo il terminale di ogni sofferenza. Contiamo centomila accessi all’anno, più di trecento al giorno. Ci sono lavori in corso, già da fine maggio potremo offrire un conforto ancora più efficace. Questa amministrazione è impegnata al massimo”. La pianta organica è regolare. Tra assunti a tempo indeterminato e contrattualizzati, operano trentacinque medici e cinquantasei infermieri.

Agostino Geraci, che del pronto soccorso è il primario, sottolinea: “Di norma abbiamo quattro o cinque barelle da gestire, aspettando che si liberi il posto in un reparto. Si verificano attese anche di trenta ore. I picchi di affollamento li registriamo di mattina, dalle nove all’una. E poi, ovviamente, d’estate”. E se avesse davanti a lei l’assessore alla Salute, cosa gli chiederebbe, primario, quale sarebbe il suo desiderio? “Gli suggerirei di organizzare un maggiore controllo sulla governance dei posti letto”. Nell’inferno di corpi ammassati, c’è pure chi pensa allo spirito. La dottoressa Paola Carini è una psicologa che si aggira tra i gironi roventi, per portare un fresco sollievo: “Ci prendiamo carico delle persone e dei loro familiari, il sostegno è importante”.

Romano Tetamo ha una vita intera di ricordi, spesa tra le mura bianche: “Sono qui dal Settantasette e può immaginare quante ne abbia viste. L’aspetto più pesante è trattare la sofferenza dei bambini, certe vicende ti rimangono appiccicate addosso. Per esempio, in un giorno di maggio, accompagnai in sala operatoria una giovane donna che non sopravvisse. Non l’ho mai dimenticata”. Perché, dottore? “Si chiamava Francesca Morvillo”.

(2-continua)

La puntata precedente: l’ospedale Ingrassia.

 

 


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Commenti

    Fate una base di ricovero per Crocetta,Gucciardi,Candela e Di Giacomo. Vediamo come se la passano.

    Nessuna pietà per il personale sanitario e parasanitario siciliano. Loro sono anche colpevoli al pari dei vari manger (si fa per dire). Guardino ad esempio alla Toscana: lì i pronto soccortso hanno un medico per ogni codice oltre ad esservi anche il pronto soccorso ortopedico-traumatologico. In Sicilia invece entrar ein un pronto soccorso è come entrare in una bolgia caotica ed infernale. Le condizioni ambientali devono avere la giusta classificazione. Dimettiamo la sanità siciliana da paese del terzo mondo

    Se non ricordo male per molto meno il dott. Allegra, sfiduciato via etere da Lombardo, si dimise dalla carica di Direttore Generale. ……………………… si arrivò così a Pullara e a Migliore…..

    In Toscana funziona il Lean thinking. Cioè i posti letto vengono utilizzati per chi aspetta in PS non con logica da clinica privata!

    Io sono d’accordo con Migliore, i posti letto non sono pochi……ma caro direttore vengono utilizzati molto male. Finché saranno i garantiti posti letto riservati agli amici primari chirurghi che ne fanno un utilizzo molto parziale, a scapito di chi aspetta in PS, i posti letto non saranno mai sufficienti a garantire equità di cura.

    Qualcuno ha capito che concetto cercava di esprimere Migliore?

    Non dovrebbe essere poi così difficile risolvere il problema della congestione e della presa in carico dei Pz. che si recano al PS. Basterebbero 2 misure:

    1. Attivare nelle aree dei PS degli ospedali delle postazioni con 3-4 Medici di famiglia h24, per la gestione dei codici bianchi e meno gravi.

    2. Sullo storico mensile/annuale di: a) dei tempi di giacenza; b) calcolo di numero di Pz. da trasferire in altri Reparti x branca specialistica, RISERVARE una adeguata % di posti letto nei Reparti degli ospedali della città, dove c’è STORICAMENTE più richiesta.

    3. In alternativa: istituire i reparti di Medicina d’Urgenza, con adeguato n° di posti letto calcolato sullo storico del fabbisogno in città, che gestisce la fase critica fino alla presa in carico da parte del Reparto di competenza.

    MA E’ COSI’ DIFFICILE !!!!!!??????

    Se gli Amministratori fanno calcoli accurati sui Budget annuali di ogni singolo Reparto, perchè non si impegnano a fare anche questi tipi di calcoli.

    questo miluzzo deve essere un sapientone . vai a lavorare veramente e non sparare sul personale medico e parasanitario che x colpa di gente come te subisce di tutto.

    Colpisce che da Sciacca si cerchi un ricovero a Palermo. Se da mezza Sicilia si corre a Palermo lasciando o ignorando i pronto soccorso locali, sindaci, sindacati e politicanti dovrebbero riflettere una volta per tutte, lasciando la demagogia al terzo mondo.

    @miluzzu
    Lei spara sul mucchio e questo notoriamente serve a poco o a nulla. Ciò che dice poi è solo parzialmente comprensibile e condivisibile. Le consiglio di leggere le pagine di cronaca sulle brande utilizzate al Pronto Soccorso del Careggi di Firenze. Infine, le suggerirei di riflettere sul fatto che proprio la bolgia infernale e caotica di cui parla rende mortificante e demotivante il lavoro degli operatori e mina fortemente, giorno dopo giorno, la tenacia di chi, malgrado tutto, combatte ogni giorno, persino contro i mulini a vento, per non perdere il senso della propria professione e dare uno scopo al sacrificio quotidiano: aiutare chi si trova in difficoltà. Sono molte di più le persone che ci ringraziano ogni giorno (considerando l’impegno e la passione pur tra le mille difficoltà) piuttosto che quelle che ci denigrano. Questo ce lo facciamo bastare. Quello che ci distrugge è invece l’ignoranza ed il pressapochismo di certe affermazioni che probabilmente non meritano nemmeno il tempo che ho impiegato a commentare.

    Ora un po’ sono dirottati verso ginecologia oncologica. Meglio avere un tumore alla cervice che un ictus, amico.

    A chi non è capitato di presentarsi ad un pronto soccorso, con il cuore in gola? Eppure, quell’ansia prima dell’arrivo in ospedale è poca cosa, se rapportato al dramma in cui si cade quando, finalmente, si è raggiunta la meta. Nel dicembre di un paio di anni fa, ero dietro ad un’autoambulanza che, a sirene spiegate, cercava di raggiungere l’ospedale con a bordo mia moglie, con un ictus in corso. All’accettazione c’è voluta una eternità, per prenderla in carica. E dire che in casi del genere ogni minuto in più che ti tiene lontano dal medico può fare la differenza tra la vita e la morte. Ma così vuole la burocrazia. Ma l’orrore arrivava al passo successivo. Ed era la coda biforcuta, dietro la quale prendeva posto l’ultima ‘vittima’ arrivata, di una chilometrica fila di barelle parcheggiate, alla bell’e meglio, in attesa del niente. Dato che la porta d’accesso ai locali del pronto soccorso era chiusa a chiave. Ed era inutile bussare. Provai con un calcio. Due. Dopo il terzo, qualcuno apriva uno spiraglio appena, ma solo per minacciare di chiamare la sicurezza. Gli suggerivo di chiamare invece il direttore dell’ospedale o avrei chiamato io i carabinieri. La porta si apriva quel tanto per permettermi di entrare e subito veniva richiusa alle mie spalle. La scena che si presentava davanti ai miei occhi era kafkiana. Da dove mi trovavo avevo la visuale di due stanze vuote e lo scorcio di una terza in cui attorno ad una scrivania vi erano cinque o sei persone. Chiedevo del responsabile. Silenzio. Sforzandomi di mantenere la calma e di non avvicinarmi al quel quadretto di carne umana, ripetevo la richiesta. Ancora silenzio. Facevo qualche passo verso quel formicaio umano e domandavo se fosse al corrente della fila che c’era in corridoio e, in modo particolare, se fosse al corrente che in fondo a quella fila c’era una donna con un ictus in corso. Al silenzio che seguì, tracimai. Le schiene si aprivano e dietro la scrivania si alzava quella che si è presentata come la responsabile. Esordendo così: “Non possiamo fare niente. La tac è guasta. La colpa è del 118 diciotto che non doveva venire qui ma andare direttamente all’ospedale di … . Detto questo. Noi siamo smontanti e … ” . “Ma allora perché non dispone l’inoltro verso quell’ospedale?” “Perché ho a disposizione una sola ambulanza e due pazienti di cui è un maschio. Che per regolamento non possono viaggiare nella tessa ambulanza.” “Poiché la donna è mia moglie, l’autorizzo io.” Al cambio di turno ci volevano ancora delle ore, e così alla fine ha deciso di uscire dal suo dilemma. La storia ha un lieto fine clinico. Grazie al Cielo. La sanità siciliana invece è un Inferno dai mille gironi.

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