Unabomber confessa un nuovo caso| "Nel 2002 non è stata la mafia"

Unabomber confessa un nuovo caso| “Nel 2002 non è stata la mafia”

Unabomber confessa un nuovo caso|  “Nel 2002 non è stata la mafia”
Rosario Sparacio

Le rivelazioni del palermitano Rosario Sparacio. Il legale chiede una valutazione psichiatrica

PALERMO – Era il 2002 e una carica esplosiva piazzata dentro una videocassetta feriva alla mano Pino Gabriele, allora capo ufficio tecnico del comune di Pantelleria. Si parlò di intimidazione mafiosa. Diciassette anni dopo si scopre che è stata opera di Rosario Sparacio, unabomber palermitano arrestato nei giorni scorsi.

Almeno così lui stesso ha confessato nell’interrogatorio di garanzia davanti al giudice per le indagini preliminari di Trapani Caterina Brignone. Un interrogatorio dal quale, secondo l’avvocato Carlo Emma, emergono profili che, “seppure nel rispetto del dolore che ha provocato alle vittime, vanno valutati sotto un profilo psichiatrico”.

Perché confezionò la bomba e la recapitò al geometra Gabriele? Era convinto che qualcuno si fosse messo in testa di fargli vendere la cava di famiglia, a Pantelleria, dove c’è un impianto per il trattamento dei rifiuti.

Non è il solo episodio, certamente è l’unico inedito, confessato da Sparacio che ha ammesso pure di avere provocato delle ustioni ad un operaio che lavorava nella cava. Ha fatto del male sempre e solo a coloro che turbavano, senza saperlo, la sua serenità. Coloro che lo distoglievano dalla “scoperta del secolo” a cui stava lavorando e cioè la produzione di un biocombustibile dalle alghe prelevate nel lago di Venere. Una delle sostanze pericolose trovate nel suo laboratorio dai poliziotti della squadra mobile di Trapani servivano, a suo dire, a modificarne il Dna. Uno scienziato, così si autodefinisce Sparacio, un ingegnere davvero dotato di grandi capacità e chiamato a collaborare ad alcuni progetti all’università di Palermo.

Nel 2016 Sparacio ha ferito con una pen drive esplosiva un ispettore di polizia (ma il vero destinatario era l’avvocato che assisteva un creditore che gli aveva fatto causa) e nel 2018 il cliente di un bar che aveva raccolto una busta con un’altra pen drive modificata nel bagno dell’attività commerciale (l’obiettivo era la titolare che aveva comprato all’asta una casa degli Sparacio). Secondo l’accusa, l’indagato era pronto a tutto pur di salvare il patrimonio di famiglia.

Nel corso dell’interrogatorio, invece, Sparacio non ha mostrato alcun interesse per i beni. Voleva solo ed esclusivamente concentrarsi sulle sue sperimentazioni ed evitare distrazioni (“Quando un pozzo è in fiamme per spegnerlo bisogna bruciarlo”, è l’esempio che ha fatto al giudice”).

E per questo si è isolato a Pantelleria, ha smesso di incontrare gente, tranne un pastore, e ha lavorato al suo progetto senza soluzione di continuità.

E le droghe dello stupro trovate in laboratorio? Niente di ciò che sembra, Sparacio sostiene di averle utilizzate nella speranza che lo facessero dormire, visto che ormai non riesce a chiudere gli occhi.

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