In ginocchio dal boss e il perdono: chi è il neo pentito Ferrante

In ginocchio dal boss e il perdono: chi è il pentito Ferrante

La sua storia si intreccia con quella dei Fontana, famiglia storica della mafia palermitana

PALERMO – Gaetano Fontana e Giovanni Ferrante. Il primo dettava gli ordini, il secondo li eseguiva. Alleati, cugini ma anche pronti a sfidarsi. Ora entrambi hanno deciso di pentirsi e l’incrocio delle loro dichiarazioni servirà a capire se dicono la verità come sostengono. Su Fontana i dubbi della Procura sono fortissimi visto che nega il suo ruolo nell’ultima Cosa Nostra. Ferrante potrebbe accreditarlo oppure affossarlo definitivamente.

Giovanni Ferrante è stato sicuramente uomo dei Fontana sul territorio dell’Acquasanta, mandamento di Resuttana, tuttavia ha mostrato in più occasioni una gran voglia di smarcarsi. Le due famiglie sono arrivate ai ferri corti, se è vero quello che alcuni affiliati del clan consegnarono, senza saperlo, alle microspie dei finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria. Il padre di Gaetano, il boss Stefano Fontana, oggi deceduto, aveva convocato Ferrante per rimproveralo: “… c’era Giovanni che era tramutato… quello in ginocchio si ci è messo… lo zio Stefano… e piangeva ‘perdono’… gli fa dice: ‘Alzati… alzati”.

Negli anni successivi anche Gaetano Fontana, al pari del padre, era venuto a sapere che i Ferrante, oltre a Giovanni in carcere ci sono anche il fratello Michele e il figlio Francesco Pio, si erano allargati, e se ne andavano in giro forti del cognome Fontana. I metodi violenti di Giovanni Ferrante sono presto diventati noti: “Legnate a quello, legnate a quello”.

Il neo collaboratore di giustizia era stato arrestato nel 2014 su richiesta della Procura della Repubblica di Alessandria per una rapina in banca a Neive, borgo piemontese in provincia di Cuneo. In realtà era il capo di una banda che assaltava istituti di credito nel nord Italia. Durante la detenzione nel carcere Ucciardone di Palermo è venuto fuori il suo ruolo mafioso.

Il 15 gennaio 2016 il Tribunale di sorveglianza di Caltanissetta ha ammesso il detenuto al beneficio dell’affidamento in prova al servizio sociale fino allo scadere della pena. Uscito dal carcere Ferrante, con la violenza, ha assunto la posizione di leader all’interno della famiglia mafiosa.

“Gli si devono aprire le teste come i capretti, come hanno fatto quelli dello Zen, ton ton ton ammazzato ed è morto”: così dettava la linea alle persone che fuori dal carcere dovevano eseguire i suoi ordini. Si era messo in testa di rimettere ordine nel quartiere, così come si era ripromesso di fare durante il periodo di detenzione.

“La forbice te la infilo in testa, vattene…“, disse a un uomo che non aveva saldato un debito. E alle orecchie di Gaetano Ferrante erano iniziate ad arrivare le lamentele. Una volta Nanni Ferrante era scappato dalla furia di Fontana: “Lui aveva paura e si andato a coricare tre giorni alla stalla da Mimmo all’Arenella… scappò perché si scantava e dopo tre giorni se ne andato”.

Ora si sono pentiti entrambi i cugini. Giovanni Ferrante potrebbe dare una mano a Gaetano Fontana il cui percorso verso l’attendibilità viene messo in discussione dalla Procura della Repubblica. Oppure bloccare ogni sua pretesa di collaborazione, svelandone il bluff.


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