Contro la violenza di Palermo c'è una strategia, eccola

Contro la violenza di Palermo c’è una strategia, eccola

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Il pizzo e le minacce

Nonostante le maxi-operazioni antimafia che ultimamente hanno portato a centinaia di arresti a Palermo, e non solo, il fenomeno del pizzo e delle intimidazioni sembra non scomparire.

Episodi di violenza si sono moltiplicati in quartieri come San Lorenzo, Tommaso Natale, Partanna Mondello, Brancaccio. Atti incendiari, minacce e richieste estorsive continuano a colpire commercianti e imprenditori come Tommaso Dragotto, adesso sotto scorta.

Nasce spontanea una domanda si dice in questi casi: perché non si riesce a sconfiggere definitivamente mafie e mafiosi, pizzo e racket? La risposta più plausibile forse è anche la più banale, scontata. La mafia, lo predicavano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non è un male che si può combattere unicamente con la repressione.

Tutte le istituzioni devono fare la loro parte ed, evidentemente, ciò non accade o non accade costantemente. È come se volessimo estirpare un albero malato tagliando le fronde e non le radici. Quei rami e quelle foglie ricresceranno sempre.

Il pizzo rimane un’attività a basso rischio e alto rendimento. Richieste che vanno da poche centinaia a diverse migliaia di euro colpiscono settori vulnerabili come il piccolo commercio, l’edilizia e i cantieri. Le denunce sono ancora troppo poche, sebbene fortunatamente in crescita.

Il coraggio di imprenditori e commercianti è fondamentale ed encomiabile, mentre il silenzio non è semplicemente paura, in alcuni casi è convenienza o rassegnazione. Le forze dell’ordine e la DDA di Palermo ottengono risultati straordinari, con condanne e sequestri. Tuttavia, i tentativi di riorganizzarsi sono immediati.

I vecchi boss tornano in libertà e cercano di riprendere il controllo, gli emergenti scalano posizioni, non di rado in lotta reciproca, alimentando ulteriore instabilità e violenza. La mafia si adatta, lo sappiamo. Investe in affari legali, stringe alleanze con altre organizzazioni criminali e sfrutta povertà, disoccupazione giovanile e mancanza di opportunità in certi quartieri.

La “nuova manovalanza” proviene specialmente da contesti marginali, attratta da guadagni rapidi e da un senso distorto di appartenenza. Serve, quindi, un contrasto culturale e sociale più profondo e dinamico. Educazione, recupero urbano, sostegno alle vittime del racket e alternative economiche reali per i giovani.

Servono più denunce, maggiore presenza dello Stato sul territorio, investimenti sociali e una società civile che non si rassegni. La mafia non è invincibile, ma la sua eradicazione richiede una strategia integrata, paziente e di lungo periodo che vada oltre i pur indispensabili blitz repressivi. Altrimenti, dovremo continuare a fare i conti per altri decenni con vecchi boss e nuove leve del malaffare.


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