Facciamo finta che questa sia solo una storia siciliana, senza padrinaggi politici, né interessi reciproci, né elezioni alle porte. Con una ipotetica e colossale manata sgombriamo il tavolo. Giù, come un castello di carte, Lombardo e i lombardiani, il Pd in guerra. Giù il Pdl e i pidiellini. Giù, con un colpo secco, quel complesso di relazioni che rende il giudizio opaco perché lo lega a un elemento di convenienza soggettiva. Così, finalmente ripuliti, sfogliamo “Il Fatto” di venerdì scorso e rileggiamo l’intervista del capogruppo democratico Antonello Cracolici. Non per intero. Basta un passaggio illuminante. Sostiene Cracolici: “Il problema è se quegli incontri siano stati finalizzati a prendere voti. E comunque si tratta di personaggi politici che solo successivamente hanno stretto rapporti con Cosa nostra. In Sicilia può capitare di frequentare gente così”. Davvero?
Facciamo finta che Raffaele Lombardo non c’entri nulla, che questa sia solo una storia siciliana senza nomi, né cognomi. La reazione non cambia. Il Pd lo pensa, ne è convinto? E’ tutta la sua trincea morale? E’ l’eredità che il passato ha trasmesso agli attuali dirigenti dei democratici? Può capitare? Davvero?
En passant, ci pare di ricordare – nella molte di carte in cui già alcuni magistrati hanno scolpito qualche comportamento del governatore a prima vista non cristallino – che determinate biografie che hanno incrociato, per colmo di sventura, il passo del presidente della Regione, avessero già, all’epoca delle presunte circostanze, una diversa propensione, decisamente più spiccata e connotata rispetto all’identikit del simpatizzante o tifoso politicizzato. Il dato non è essenziale ai fini del nostro discorso. Non stiamo parlando, per una volta, di Raffaele Lombardo. Il tema è il rapporto tra la politica e il mondo che la circonda e, talvolta, la cinge d’assedio.
Le cattive compagnie rappresentano un rischio. La società che frequentiamo è una mappa con zone in penombra. L’incidente è dietro l’angolo, se non si coltiva una attitudine scorbutica da eremita. Un uomo pubblico dovrebbe utilizzare qualche precauzione in più, proprio perché inserito consapevolmente nel contesto. Un politico, specialmente un politico siciliano, conosce il meccanismo elettorale, nella sua fisiologia e nella sua patologia. Si dà il voto in cambio di qualcosa. Nelle altezze rarefatte delle idee e della pulizia morale, il “qualcosa” riguarda un principio generale, un concetto cardine, un’aspirazione collettiva. Nelle esperienze comuni, acquattati ai margini, ci sono predatori che offrono una mercanzia più concreta. Non è detto che si scada immancabilmente nella rilevanza penale. Ma la credibilità di chiunque può venire compromessa da compari di viaggio – magari per breve tratto – discussi. L’attenzione per ogni dettaglio non è il contorno. E’ l’essenza stessa della trasparenza di chi si candidi a ricoprire ruoli di rappresentanza.
Caro onorevole Cracolici, per una volta non tiriamo in ballo Pio La Torre, Enrico Berlinguer, Paolo Borsellino e i ragionamenti esatti, puntuali, che ci hanno lasciato in tema di sostanza e di apparenza, di forma e di contenuto. Sono lì – disponibili – per essere letti e meditati. Da un partito come il Pd, che insiste tanto sulla questione morale, ci attenderemmo altri collegamenti logici, se l’etica ha ancora cittadinanza e non è già scaduta a bandiera propagandistica da sventolare nel regno del marketing, un tanto al chilo. E se questi collegamenti latitano, i conti non tornano più. Ma poi diamo a questa storia siciliana il volto e il nome di Raffaele Lombardo, il convitato di pietra. E tutto combacia. Alla perfezione.

