PALERMO – La sentenza è definitiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi del commercialista Maurizio Lipani e della moglie Maria Teresa Leuci. Dovranno scontare rispettivamente 6 anni, 10 mesi e 14 giorni e 2 anni, 6 mesi e 18 giorni. I reati sono contestati in continuazione con una precedente sentenza di condanna.
Lipani, reo confesso, faceva l’amministratore giudiziario e già in passato aveva subito una condanna, è colpevole per una serie di ipotesi di peculato. Si appropriò di soldi delle aziende sequestrate alla mafia che gestiva per conto prima del Tribunale per le misure di prevenzione e poi dell’agenzia nazionale per i beni confiscati.
Confermato, tra gli altri, anche il risarcimento in favore di Angelo Rosario Parisi, condannato anni fa per essere stato organico alla famiglia dell’Uditore. Il suo caso riguardava la vicenda della “Edilizia 93”. Parisi era costituito parte civile assieme al fratello, Pietro. Dai conti della società sparirono 100 mila euro
La difesa ha sostenuto che la condotta dell’imputato non poteva configurare il reato di peculato, in quanto le somme prelevate non erano destinate a finalità diverse e incompatibili con quelle istituzionali: “Lipani si autoliquidava i compensi per il funzionamento del proprio studio, dedicato interamente alla gestione dei beni”.
Secondo la tesi difensiva, dal 2011 a causa dei contrasti con l’allora presidente della Sezione delle misure di prevenzione di Palermo, Silvana Saguto (Lipani si definì vittima dell’ex magistrato), che non gli liquidava i compensi, Lipani sarebbe caduto in uno stato di ansia. Una tesi che non ha convinto prima i giudici di appello e ora la Cassazione.

