CATANIA – Due vecchi amici, un passato assieme a fare i ‘pr’ nelle discoteche e un presente segnato da un destino comune: diventare “capi della mafia catanese”, quantomeno secondo la Dda. E per questo essere arrestati. In comune Francesco Napoli, pregiudicato, una lontana parentela con i Santapaola, e Francesco Russo, suo presunto successore alla guida della mafia provinciale di Catania, hanno anche un regime detentivo a dir poco rigido. Si trovano entrambi reclusi al 41 bis, il cosiddetto ‘carcere duro’, il regime più duro d’Europa.
E c’è poi anche un numero, 20 anni, che ritorna. È la condanna chiesta dal pm per Russo, al processo “Ombra”, così come per Napoli, alla sbarra assieme a lui in quel processo. La sentenza è attesa a giorni. Ma soprattutto 20 anni è la pena inflitta in appello a Napoli, che in primo grado era stato condannato a 14 anni, al processo Sangue blu. I giudici della prima sezione penale della Corte d’appello di Catania, presieduta da Antonino Marcello Fallone, nei giorni scorsi hanno accolto la tesi del Procuratore generale Nicolò Marino e hanno aumentato la pena inflitta in primo grado.
La continuazione dei reati
È un verdetto pesante, certo, ma c’è un particolare tutt’altro che indifferente. I giudici hanno infatti riconosciuto all’imputato la “continuazione dei reati”. L’ipotesi che sia divenuto a un certo punto un boss mafioso, in sostanza, viene ritenuta l’esecuzione, per dirla in linguaggio giuridico, del “medesimo disegno criminoso” rispetto a quando, in passato, Napoli faceva ‘solo’ parte della mafia e per questo ha precedenti. Uno sviluppo dei suoi progetti criminosi, in pratica, non certo un fatto nuovo.
Questo vuol dire che la pena da scontare, in estrema sintesi, presumibilmente non sarà vent’anni, ma sarà rideterminata al ribasso e che saranno valutati, in un eventuale computo complessivo, gli anni che ha già scontato. Difficile, inoltre, ipotizzare che un’eventuale condanna ulteriore di Napoli al processo Ombra non rientri a sua volta nel vincolo della continuazione, dunque essere notevolmente ridotta pure. Il boss, in una lettera al gup, in primo grado ha praticamente ammesso tutto, salvo provando a giustificarsi dicendo che lui non aveva potuto sottrarsi a scelte prese per lui dai veri capi del clan Santapaola. Un destino ineluttabile scritto per lui da altri, nonostante avesse pensato di andare via dalla Sicilia.
La successione ‘dinastica’ dentro Cosa Nostra
Napoli fino a qualche tempo fa figurava detenuto al carcere di Viterbo. Napoli dunque sarebbe il penultimo dei capi conosciuti dei Santapaola. In quelle dichiarazioni aggiunse che già da prima di essere scarcerato, negli ambienti, si sapeva che sarebbe toccato a lui reggere le sorti del clan. Quasi toccasse a lui per successione dinastica, dato che “u cavadduzzu” era in qualche modo imparentato, come detto, o affine al super-boss Nitto Santapaola. Ma di fatto era anche l’unico ad avere evidentemente un carisma tale da poter ricoprire quel ruolo.
Napoli e Russo, come detto, negli anni ’90 organizzavano serate assieme come ‘pr’ nelle discoteche di Catania. Si conoscevano. Erano amici. Dopo l’arresto di Russo fu proprio la sua difesa a farlo notare, specificando però come questa amicizia non significasse nulla: non c’era niente di penalmente rilevante.
Russo, dal Riesame al verdetto atteso
I giudici del Riesame, però, scritto “al di là dell’indiscutibile rapporto amicale tra i soggetti in questione, e dell’asserita liceità degli incontri tra le famiglie Russo e Napoli, le risultanze delle indagini (…) hanno disvelato cointeressenze che vanno oltre la semplice amicizia e sconfinano nella palese illiceità di intenti ed azioni concertate e pienamente condivise”.
Ora per Russo si attende la sentenza, che potrebbe arrivare in questi giorni, al processo Ombra. Dove assieme a lui, alla sbarra, ci sarà sempre il vecchio amico, che tutti chiamano Ciccio, proprio come lui.

