Cara Melania,
ti ho scritto l’altro giorno pensando al rumore delle armi. Oggi ti scrivo pensando a un rumore diverso, più sottile ma non meno pericoloso: quello delle parole quando diventano armi anche loro.
C’è qualcosa che sta cambiando nel modo in cui alcuni leader, come tuo marito Donald, stanno al mondo.
Non è solo arroganza, non è solo sete di potere. È una forma più cupa, più profonda, che in medicina è stata definita senza esitazione narcisismo maligno: quella miscela tossica di bisogno di ammirazione, incapacità di empatia e convinzione assoluta di essere al di sopra di ogni limite, umano o morale.
Il problema non è solo chi ne è prigioniero, il problema è che quando questa postura si sposa con il potere, tutto diventa lecito: la menzogna, l’umiliazione degli altri, perfino il disprezzo per ciò che per milioni di persone è sacro.
E qui arriviamo a un punto che, da europeo e da uomo, mi inquieta profondamente: gli attacchi sempre più sguaiati, a tratti apertamente blasfemi, rivolti da tuo marito a Papa Leone.
Non è una questione di fede, o almeno non solo. Non serve essere credenti per capire che quando si colpisce una figura che rappresenta per una parte enorme del mondo un riferimento morale, si sta superando un confine. E chi supera i confini senza accorgersene, prima o poi smette proprio di vederli.
Il Papa può essere criticato, certo, fa parte del gioco democratico, del confronto, persino del dissenso, ma c’è una differenza netta tra la critica e la derisione sistematica, tra il confronto e l’insulto, tra la politica e la profanazione.
Quando si arriva a usare il linguaggio della bestemmia, non si sta più facendo politica, si sta cercando di demolire simboli per affermare sé stessi. È il marchio tipico del narcisismo maligno: se non posso essere più grande degli altri, allora li riduco. Tutti. Anche ciò che per gli altri è intoccabile. E questo, Melania, è pericoloso quanto una dichiarazione di guerra, perché erode qualcosa che tiene insieme le società: il rispetto.
Tu conosci bene l’uomo che hai accanto, sai distinguere il personaggio pubblico dalla persona privata e sai anche, immagino, quando il confine tra sicurezza e tracotanza viene superato. Allora oggi la mia richiesta è diversa da quella di ieri, ma in fondo è la stessa.
Prova a dirgli che la forza non ha bisogno di umiliare, che l’ironia non ha bisogno di bestemmiare, che il rispetto non è debolezza ma è l’unica cosa che rende credibile il potere.
Digli che attaccare un Papa può sembrare una prova di libertà, ma spesso è solo una prova di vuoto.
E il vuoto quando guida le decisioni, diventa pericoloso quanto la rabbia.
Noi medici vediamo ogni giorno cosa succede quando manca un limite. Nel corpo, nella mente, nelle relazioni. Il limite non è una prigione, è una protezione. Senza di esso tutto degenera. E oggi, in troppi luoghi del mondo, quel limite si sta perdendo.
Non ti chiedo di cambiare il mondo, ti chiedo solo di fare quello che solo tu puoi fare: dire una verità semplice a chi forse non è più abituato a sentirla.
Che non tutto è spettacolo.
Che non tutto è negoziabile.
Che non tutto può essere ridotto a una battuta.
E che perfino il potere, senza rispetto, finisce per diventare una forma di solitudine.
Con la stessa urgenza di ieri ma con un’inquietudine in più, uno che continua a credere che le parole possano ancora curare, prima che qualcuno le usi per distruggere tutto.

