In fine dei conti è come se Messina Denaro fosse ancora vivo

Soldi, prestanome, complici. Messina Denaro è ancora “vivo”

Messina Denaro
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Ci sono tanti segreti da svelare

PALERMO – È impossibile chiudere con il passato, specie se di mezzo c’è Matteo Messina Denaro.
Per fortuna nessuno, in primis la Procura di Palermo, ha pensato un solo istante che la partita investigativa si fosse chiusa con la morte. C’è vita oltre la morte e non è di premi e castighi ultraterreni che si parla.

Messina Denaro è stato innanzitutto un assassino. Ha sterminato innocenti e bambini. Nel maggio del 1993 nella strage di via dei Gergofili morirono Fabrizio Nencioni, 39 anni, la moglie Angela Fiume, 31 anni, le figlie Nadia di 9 anni e la sorella Caterina che aveva appena 50 giorni, lo studente Dario Capolicchio, 22 anni.

C’è pure la sua regia dietro l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo anche se il padrino ha tentato di sminuire squallidamente il suo ruolo limitandolo – come se fosse possibile – alla “sola” prigionia del bambino strangolato e sciolto nell’acido quando doveva compiere 15 anni. Come se averlo tenuto segregato in terra trapanese fosse una colpa minore.

Messina Denaro ha seminato morte anche smerciando droga. Due nuovi pentiti ci raccontano che a partire dagli anni Ottanta prendeva una percentuale sui guadagni dei traffici di Giacomo Tamburello, narcos capace di fare girare miliardi di vecchie lire e di costruire un impero in giro per il mondo, stimato in 200 milioni di euro, e nei giorni scorsi finito sotto sequestro.

Ha provocato pure la morte dell’economia pulita – dalle energie alternative alla grande distribuzione – imponendo il pizzo e drogando il mercato con il denaro sporco.

Messina Denaro è stato arrestato a gennaio 2023 ed è morto nel successivo mese di settembre. Sappiamo, perché lo ha scritto negli appunti della contabilità e nelle sue memorie, che ha vissuto nel lusso.

Viaggi, ristoranti, abbigliamento e orologi di pregio sono la spia di qualcosa di molto più nascosto che ancora non conosciamo. Se ne andava in giro e coltivava parecchie relazioni sentimentali, ma nel frattempo continuava a gestire un impero economico.

Chi sono i suoi prestanome? Chi lo ha aiutato nei decenni di latitanza visto che aveva messo in guardia le sorelle sulla presenza di telecamere vicino alla casa di campagna indicando le tecniche per scovarle e disabilitarle?

Chi lo ha frequentato, anche a Palermo, pur essendo a conoscenza della sua reale identità? Chi sono gli altri finanziatori della sua dorata latitanza? In qualche modo i soldi arrivavano dall’estero e dall’Italia fino a Castelvetrano. Lo dimostrano i 130 mila euro trovati nel doppiofondo dell’armadio a casa della sorella Rosalia.

Briciole che però dimostrano l’esistenza di un canale di trasmissione del denaro. Si è scoperto che il latitante fissava appuntamenti con le sorelle in campagna dove si presentava con plichi sigillati.

È altrettanto vero però che a volte era lui a chiedere alle sorelle di raccogliere migliaia di euro in attesa del loro prossimo incontro. La famiglia Messina Denaro non ha un reddito che giustifichi quelle cifre e allora devono esserci altri finanziatori e stratagemmi che garantiscono i flussi di denaro anche dopo la sua morte. È questa probabilmente la sua vera eredità.

Messina Denaro è morto ma continuerà a vivere in mezzo a noi fino a quando non saranno arrivate le risposte a tutte le domande. Il padrino è morto, il suo orrore no. Restiamo vigili.


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