PALERMO – Una manciata di minuti alle 3 della notte del 4 giugno 2026, i carabinieri del Nucleo radiomobile arrestano un ragazzino di 16 anni in via Ignazio Mormino, allo Zen. Stava tentando di rubare una macchina. Si inizia così, i furti sono la palestra dei giovani che vogliono mettersi in mostra. Prima o poi qualcuno li assolderà per incarichi più delicati al servizio della banda del kalashnikov.
Quella macchina doveva servire per dare fuoco ad un distributore di benzina a Capaci. L’appuntamento è solo rinviato, useranno un’altra macchina e il fuoco allungherà la scia di intimidazioni commissionata da Salvatore Verga detenuto nel carcere di Trani.
I carabinieri lo hanno ricostruito sequestrando il cellulare di Rosario Piazza, uno dei picciotti a disposizione di Verga. L’arresto del minorenne aveva bloccato il raid: “… certo me frà (fratello mio ndr) ieri si è infilato il diavolo l’hai visto… pure il bambino hanno arrestato… ieri non se ne stavano andando là e… l’hanno arrestato in macchina”, diceva Piazza.
“U picciriddu? In carcere?”, si rammaricava Verga. All’indomani altro contrattempo. “Sono uscito ora dall’ospedale”, spiegava Piazza che si era fatto male ad una mani ma tranquillizzava il capo: “Ti sto Dicendo che ci vado anch’io con tutta la mano così”.
Per fare l’attentato avrebbero usato “un doblò… l’hanno dentro già da una settimana… gli diamo duecento euro e me lo scende qua allo zen… Che devo fare? Eh… Almeno il doblò è pure bello grosso… Lo fa pure bello grosso… Lo fa pure bello fo… Forte lo fa… Dimmelo tu”.
Il 6 giugno c’è l’attentato, ma Verga non è contento: “Kmq il lavaggio nn hanno dato fuoco… si ci doveva mettere benzina capito… Dobbiamo rifarlooo”. Gian Mattia Celestino, è di lui che parlavano, non aveva svolto bene l’incarico e non volevano pagarlo.
“Vabbè a me non mi interessa, a posto amunì per questa volta così… come prossima volta ti giuro su mia figlia prima i soldi nelle mani e poi si fa quello che si deve fare… Ti giuro su mia madre perchè non può essere“, scrivevano in chat.
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Celestino aveva “lavorato” tutta la notte e alle 8:50 era andato a firmare alla stazione dei carabinieri dello Zen. Ha l’obbligo di presentazione giornaliero, cosa che non gli ha impedito di mettere a segno il raid al distributore Eni di Capaci per un compenso di 400 euro. Sulla bottiglia di liquido infiammabile usata per appiccare l’incendio sono rimaste le sue impronte. Al suo complice ancora ignoto andarono cento euro. E poi ci sono i giovanisimi che si mettono a disposizione per i furti nella periferia a perdere dello Zen.




