Palermo, i dialoghi intercettati fra il boss e la compagna

La donna al boss: “Non ne vale la pena, sei schiavo”, ma la mafia resiste

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Le intercettazioni dei mafiosi di Brancaccio

PALERMO – Passano gli anni, si susseguono i blitz ma lo spaccato che emerge in certe zone di Palermo è sempre uguale. Nei nomi degli arrestati, nel loro modus operandi e nella scelta dei commercianti di pagare il pizzo. Tanti gli episodi ricostruiti a Brancaccio e due sole denunce: una spinta dalla paura di perdere tutto e l’altra di un capo cantiere. Per il resto solo silenzi.

C’è un dialogo intercettato in carcere che conferma il clima stagnante e maleodorante. Ad agosto dell’anno scorso i carabinieri hanno arrestato Filippo Bruno e Francesco Capizzi per tentata estorsione. “Da questo mese in poi devi versarmi 1.500 euro al mese per il parcheggio per la famiglia nostra”, diceva Bruno, figlio del boss detenuto Natale, al titolare di un rivendita di pneumatici e di alcuni parcheggi.

Dopo l’arresto carabinieri e poliziotti hanno acceso le microspie in carcere. La compagna andò a trovare Bruno. “Non c’è più cosa più preziosa della libertà… dormi tranquillo con la tua famiglia”, diceva la donna durante il colloquio. Bruno concordava: “… non la puoi comprare, niente è vero, perché poi ti allontanano dagli affetti”. “Non ne vale la pena sei sempre schiavo”, aggiungeva la donna.

“Brava” si limitava a dire il mafioso che quando era libero, al contrario, si mostrava tutt’altro che rammaricato della sua scelta criminale. Non pensava alle possibili conseguenze. Parole di circostanza, dunque. In zona Brancaccio, a scanso di equivoci, era più categorico Vincenzo Militello: “Io devo morire in carcere o in mezzo alla strada e non ce ne sono persone che me lo possono togliere dalla testa”, diceva ad Antonino Marino.

Fuori dal carcere si devono fare in quattro per aiutare i detenuti. Tra i più attivi, secondo la Direzione distrettuale antimafia, c’era proprio Marino, fratello dei boss Stefano e Michele e genero di Maria Sacco, sorella del boss Nino, pure lui arrestato pochi mesi fa.

Marino, uno dei sei indagati raggiunti da una nuova ordinanza di custodia cautelare, lavorava nella mensa dell’Università degli studi di Palermo in viale delle Scienze. Era uno degli scarcerati per la scadenza dei termini di fase nonostante una condanna a 7 anni e 11 mesi.

Nei mesi che hanno preceduto il fine pena di Nino Sacco e il suo ritorno al potere con l’aiuto del nipote Carmelo, all’indomani della morte di Giancarlo Romano, Marino assieme a Pietro Mendola avrebbe tentato di riorganizzare la cosca mafiosa. Dopo l’omicidio Romano, Vincenzo Vella gli avrebbe ceduto la gestione dei pannelli delle scommesse sportive.

Scommesse e droga: così la mafia incassa i soldi che servono. Nel frattempo bussano per il pizzo alla porta dell’impresario funebre e di quello edile. Serve “una quota mensile per i carcerati”. Quasi tutti, salvo rare eccezioni, pagano.


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