“Ecco, ci sono degli sposi. Si mettono in posa davanti al Teatro. Questo è il luogo di tutti. Sono felice”.
Affacciato alla finestra dalla sua stanza, come se fosse un podio, il compositore Marco Betta, sovrintendente del Teatro Massimo, osserva lo spartito palermitano di una giornata estiva, punteggiata da qualche nuvola.
Il ‘Massimo’ si apre alla sua nuova stagione, mentre scoccano i centotrenta anni dalla fondazione e i trenta dalla riapertura. Urge una chiacchierata col suo massimo (i giochi di parole sono infiniti) esponente.
La stanza del sovrintendente Betta è, al solito, attraversata da cimeli di vario genere. I caschi dei vigili del fuoco sulla scrivania, l’immagine stilizzata dei dottori Falcone e Borsellino, nella celebre foto del grande Tony Gentile, uno scatto col maestro Riccardo Muti. Cose già viste e narrate che comunicano sempre un senso di bellezza immediato. C’è spazio anche per una risposta politica, alla fine, quella condensata nel titolo.

Affabile ‘convitata di pietra’, Giovannella Brancato, responsabile della comunicazione, più volte elogiata da Betta nel suo discorso, ma non incline all’esposizione mediatica. Non più di una riga di spazio è concessa per tratteggiarne il prezioso lavoro.
Era il 1897 quando il Teatro Massimo nacque, sovrintendente…
“La ricorrenza mi è balenata, frugando tra i libri, in uno dei rarissimi momenti di pausa. Nel ‘97 il Teatro riaprì. I teatri sono organismi perenni, con eredità che si trasmettono, sotto il loro cielo forato. Ecco perché gli anniversari hanno un fortissimo valore simbolico, come per le persone”.
Nel caso del Teatro Massimo, qual è il significato?
“Quello che vale per tutti. Un teatro è figlio del tempo che l’ha generato. La scommessa è vivere nel presente, immaginando il futuro. E’ il perpetuarsi che va festeggiato. Il Teatro Massimo narra l’insieme delle generazioni, tra pubblico, interpreti, maestranze, che si sono succeduti, arricchendolo. Sentirne la responsabilità è il fulcro di ogni guida”.
Qual è il rapporto fra Palermo e il Teatro Massimo?
“Come gli sposi che stiamo osservando dalla finestra. C’è la continuità di un abbraccio. Mi piace scrutare chi sale per le scale e si accomoda all’interno, in uno dei posti più belli del mondo, con naturalezza. Palermo, qui, si sente a casa, come è giusto che sia”.

Nel ‘97 la ripresa. Lei come visse il momento? Immaginava che, un giorno, sarebbe diventato sovrintendente, magari nelle sue fantasie più sfrenate?
“No. Io ero ciò che sono: un compositore. Mi apparve un momento importantissimo di rinascita, nell’impegno civile che condividevo e condivido. Noi compositori, talvolta, siamo considerati marginali, dediti all’intrattenimento. Ma la musica, pure con la sua natura incorporea, può partecipare ai cambiamenti concreti e raccontarli”.
Lei, sovrintendente, trova ancora il tempo per comporre?
“Pochissimo, ma non recido il cordone ombelicale con la mia natura. Non so come ci sono arrivato. La composizione è il linguaggio dei timidi. Mentre scrivi o suoni, evochi le emozioni che vuoi, restandone al riparo. Ho il mio taccuino, il ‘diario del tempo che verrà’, con i suoi lunghissimi aggiornamenti”.
Il Teatro Massimo esprime l’eccellenza dell’armonia, in una città spesso cacofonica, ultimamente caratterizzata da attentati, bottiglie incendiarie e violenza. Che può fare l’arte?
“Anche una città ha bisogno di armonia. Io, da giovane, ho insegnato educazione musicale alla scuola media del Cep. La scuola è il volto dello Stato che manifesta la sua presenza più potente. Lì si educa, si comprende il dolore, si semina a speranza. Viviamo in una situazione di violenze, sfuggita al controllo. La capacità di ascolto, tipica della musica, è uno degli interventi possibili. Dobbiamo fare squadra”.
Atterriamo nella politica. Tra un po’ ci saranno le elezioni comunali a Palermo. Lei è stato confermato e difeso dall’attuale sindaco, Roberto Lagalla, qual è il suo auspicio?
“Non ho remore a esprimere la mia idea. Spero che il sindaco Lagalla venga rieletto. In generale, ha lavorato benissimo. Col Teatro Massimo è stato un presidente-artefice di risultati meravigliosi e incontestabili, con tutte le istituzioni”.
E lei, comunque vada?
“Ho un contratto fino al 2029, non penso al dopo. Sono un musicista, ho imparato che ogni partitura va servita fino all’ultima nota. Oggi la mia partitura è il Teatro Massimo, ed è a quella che dedico tutte le mie energie”.
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