PALERMO – La chat del boss Salvatore Verga, ma anche i riscontri scientifici. Il lavoro dei carabinieri del Ris di Messina ha contribuito a individuare gli autori degli attentati del racket a Palermo. Il clima, però, resta teso in città. Segnali preoccupanti arrivano dalla strada. La banda del Kalashnikov ha subito il colpo, ma dopo il blitz di luglio il lavoro va completato.
Il 6 scorso giugno qualcuno ha appiccato un incendio in un distributore Eni Capaci. Il raid, uno dei tanti degli ultimi mesi, è stato ricostruito dai carabinieri del Nucleo investigativo di Palermo.
Un uomo a bordo di un Fiat Qubo rubato si ferma nel tunnel dell’autolavaggio e dà fuoco al mezzo. Poi si sposta nelle colonnine di rifornimento e usa degli inneschi artigianali. Agisce insieme ad un complice, usano delle bombolette di gas da campeggio.
Sul posto lasciano una bottiglia di benzina. Gli investigatori la recuperano e la girano ai colleghi di Messina. C’è un’impronta sulla plastica che coincide in 24 punti con quella di Gian Mattia Celestino, uno degli arrestati del blitz di luglio. Ha precedenti per furto di auto e spaccio di stupefacenti. Una volta rientrato a casa dopo l’attentato è andato a firmare alla stazione dei carabinieri dello Zen.
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La vicenda emergeva nelle conversazioni di Verga che ha commissionato i raid a Rosario Piazza. Ci sono due personaggi ancora da identificare: “Leandro”, il complice che accompagnò Celestino a Capaci in cambio di 100 euro, e “Lele” che rubò il Qubo per 200 euro. Celestino ne ha incassato 400.
Alcuni picciotti dei rioni Zen e Marinella sono ancora in libertà, senza più l’appoggio del boss Verga che dettava la linea e ora è rinchiuso al 41 bis. Tra coloro che hanno denunciato le richieste di pizzo e collaborato con la Direzione distrettuale antimafia c’è chi ha subito minacce e tentativi di aggressione dopo gli arresti. La vicenda è stata segnalata al comitato per l’ordine e la sicurezza convocato in prefettura. Qualcuno prova a zittire le coraggiose denunce.




