La Sicilia che (non) vorrei. Puoi partecipare anche tu. Scrivi a direttore@livesicilia.it. LEGGI QUI.
Caro Direttore,
Nel provare a raccontare la Sicilia che vorrei, il primo pensiero non è andato alle cose che non funzionano. Sarebbe stato facile. Noi siciliani conosciamo bene le nostre incompiute, le occasioni perdute, le promesse che hanno attraversato le stagioni senza riuscire a diventare realtà. Le conosciamo al punto che rischiamo, talvolta, di considerarle parte integrante e inevitabile della nostra quotidianità. Ho pensato, invece, a ciò che questa terra potrebbe essere. Perché esiste una differenza profonda tra raccontare i problemi della Sicilia e immaginarne il futuro. La prima operazione richiede onestà. La seconda pretende qualcosa di più: visione, responsabilità e soprattutto il coraggio di credere che il destino di una comunità non sia scritto una volta per tutte.
La Sicilia che vorrei è innanzitutto una terra che torna a credere in se stessa. Una terra consapevole delle proprie fragilità, certamente, ma finalmente capace di riconoscere anche la straordinaria misura delle proprie possibilità.
Per riuscirci, però, dobbiamo partire dalle fondamenta.
La Sicilia delle competenze
C’è una rivoluzione silenziosa che considero preliminare a tutte le altre: restituire valore alla competenza e al merito.
Un’amministrazione pubblica non è una proprietà da occupare, né uno strumento attraverso il quale costruire appartenenze e fedeltà. È il luogo nel quale una comunità affida temporaneamente una parte del proprio destino a donne e uomini chiamati a servirla. Per questo la Sicilia deve avere l’ambizione di mettere le persone migliori nei luoghi nei quali si assumono le decisioni. Competenza, merito, responsabilità e capacità devono tornare ad avere un significato concreto.
Dobbiamo avere il coraggio di lasciarci definitivamente alle spalle ogni residuo di quella cultura clientelare che per troppo tempo ha mortificato la nostra terra, spesso inducendo i siciliani a pensare che una conoscenza valesse più di ciò che si è capaci di offrire, che un’appartenenza fosse più importante di una competenza, che una porta alla quale bussare potesse contare più di ciò che si è capaci di fare. È una mentalità che ha prodotto un danno persino maggiore di quello economico: ha indebolito la fiducia.
E quando una comunità smette di credere che impegno, studio e capacità siano riconosciuti, perde progressivamente una delle proprie energie più preziose. La Sicilia che vorrei deve allora essere radicalmente diversa. Deve scegliere i migliori, valorizzarli, responsabilizzarli e giudicarli per i risultati raggiunti. Non perché il merito sia una parola da esibire, ma perché affidarsi alle proprie migliori risorse significa elevare l’intera comunità. E questa scelta riguarda innanzitutto i giovani.
Una terra dalla quale non sia più necessario partire
Per decenni abbiamo pronunciato con troppa rassegnazione una frase terribile: “Qui non c’è futuro”. Dietro queste parole ci sono migliaia di storie. Ragazzi partiti per Milano, Bologna, Roma, Londra, Parigi, Berlino. Giovani formati nelle nostre scuole e nelle nostre università che hanno portato altrove intelligenza, competenze, entusiasmo e capacità. Non dobbiamo commettere l’errore di considerare la mobilità un male. Partire è una ricchezza quando è una scelta. Conoscere il mondo, studiare altrove, confrontarsi con altre realtà rende migliori. Il problema nasce quando partire non è più una scelta, ma una necessità.
La Sicilia che vorrei non chiede ai propri giovani di restare. Fa qualcosa di molto più serio: crea le condizioni perché possano scegliere di restare e, soprattutto, perché possano scegliere di tornare. Questa deve diventare una delle nostre grandi ossessioni collettive.
Significa investire nell’istruzione, nell’università, nella ricerca e nella formazione. Significa costruire un rapporto molto più stretto tra conoscenza e lavoro. Significa favorire l’impresa, l’innovazione, le professioni, la cultura e tutte quelle attività nelle quali una nuova generazione possa misurare le proprie capacità senza essere costretta a cercare altrove il luogo nel quale realizzarle. Ma significa anche qualcosa di più profondo: offrire ai giovani fiducia. Una Regione lungimirante dovrebbe domandarsi, davanti a ogni grande decisione: quale Sicilia stiamo consegnando a chi oggi ha vent’anni? Perché amministrare una terra significa anche questo. Significa custodire il presente pensando a chi dovrà abitarne il futuro.
Il Mediterraneo non è il nostro confine
Caro Direttore, basta guardare una carta geografica per comprendere quanto sia singolare la storia della Sicilia. Siamo al centro del Mediterraneo. Eppure per troppo tempo abbiamo guardato questa posizione come se fossimo alla periferia di qualcosa. Periferia dell’Italia, periferia dell’Europa, lontani dai grandi centri economici e decisionali. Io credo che dovremmo capovolgere la prospettiva. La Sicilia non è alla periferia dell’Europa. È al centro del Mediterraneo. E il Mediterraneo, nel mondo che sta nascendo, può tornare a essere uno dei grandi spazi nei quali si incontrano popoli, economie e culture. La nostra stessa identità ce lo ricorda.
La Sicilia non è mai stata una terra culturalmente uniforme. Fenici, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Spagnoli hanno attraversato quest’isola lasciando parole, architetture, sapori, conoscenze, tradizioni. Noi siamo il risultato di questi incontri. La diversità non è dunque qualcosa che dobbiamo imparare dalla modernità. È scritta da secoli dentro la nostra identità.
Per questo immagino una Sicilia capace di diventare un grande laboratorio culturale del Mediterraneo: università collegate con le altre sponde di questo mare, centri di ricerca internazionali, scambi tra studenti, istituzioni culturali, festival, arte, musica, scienza, letteratura. Una terra nella quale l’incontro tra culture torni a produrre conoscenza.
Ne beneficerebbe la Sicilia, ma credo ne beneficerebbe l’intero Paese. In un tempo nel quale il mondo sembra nuovamente tentato dalla costruzione di muri, la Sicilia può dimostrare che dalle contaminazioni possono nascere civiltà più forti.
Un’isola che accoglie
E parlando di Mediterraneo non posso, naturalmente, evitare una parola che appartiene profondamente alla mia esperienza e alla storia contemporanea della nostra Isola: migrazione.
I siciliani sanno cosa significhi partire. Per generazioni siamo stati noi ad attraversare il mare con una valigia, lasciando le nostre case per cercare dignità e futuro altrove. Questa memoria dovrebbe impedirci di guardare con indifferenza chi oggi percorre altre rotte spinto dalla medesima speranza.
Accogliere non significa ignorare la complessità di un fenomeno enorme, che richiede politiche europee, organizzazione, legalità e responsabilità. Significa però non dimenticare mai che dietro ogni numero c’è una persona.
La Sicilia, proprio per la sua storia, può diventare un modello nel quale accoglienza e integrazione procedano insieme. Chi sceglie l’Italia per costruire una vita migliore, chi rispetta le nostre leggi, lavora, studia, cresce qui i propri figli e contribuisce alla nostra comunità non deve essere considerato una minaccia alla nostra identità.
La storia siciliana ci insegna esattamente il contrario: le identità più forti sono quelle che non hanno paura dell’incontro.
La grande piattaforma del Mediterraneo
Ma essere al centro del Mediterraneo non rappresenta soltanto una vocazione culturale. È anche una straordinaria opportunità economica. A sud abbiamo l’Africa, a est il Vicino Oriente e le grandi rotte che conducono verso l’Asia, a nord il cuore del mercato europeo. In mezzo c’è la Sicilia. Dobbiamo avere l’ambizione di farne una delle grandi piattaforme commerciali e logistiche del Mediterraneo, una porta naturale attraverso la quale persone, merci, conoscenze ed energie possano raggiungere l’Europa.
Ma le vocazioni geografiche, da sole, non producono sviluppo. Servono infrastrutture. Porti efficienti e collegati tra loro, aeroporti moderni, ferrovie finalmente degne di una grande regione europea, strade sicure, interporti, reti digitali, collegamenti veloci tra le aree interne e le città costiere. Non possiamo aspirare a diventare un crocevia internazionale se spostarsi da una provincia siciliana all’altra continua a essere, troppo spesso, un viaggio nel viaggio. Le infrastrutture non sono soltanto cemento, binari e asfalto. Sono diritti. Una strada che collega un piccolo comune dell’interno a una grande città significa accesso al lavoro, alla scuola, all’università, alla sanità. Una ferrovia efficiente significa ridurre distanze economiche e sociali. Un porto moderno significa impresa e occupazione. Collegare la Sicilia significa unirla. E unire la Sicilia significa renderla più forte.
La bellezza deve produrre futuro
C’è poi un patrimonio che niente e nessuno potrà mai sottrarci. La bellezza.
Pochissimi luoghi al mondo concentrano in uno spazio relativamente piccolo ciò che possiede la Sicilia. Templi greci e mosaici romani, cattedrali normanne e architetture barocche. L’Etna, le Madonie, i Nebrodi. Le isole minori. Centinaia di chilometri di coste. Borghi, riserve naturali, città d’arte. E poi la letteratura, il teatro, la musica, l’artigianato, il vino, l’agricoltura e una tradizione gastronomica che racconta anch’essa i popoli passati da qui. Questo patrimonio non può essere semplicemente contemplato. Deve essere custodito e, proprio perché custodito, deve diventare una delle grandi infrastrutture economiche della Sicilia.
La parola decisiva, però, è sostenibilità. Non abbiamo bisogno di un turismo che consumi i luoghi. Abbiamo bisogno di un turismo che li faccia vivere. Un modello capace di distribuire i flussi durante tutto l’anno, valorizzare le aree interne insieme alle coste, collegare i grandi siti archeologici ai piccoli centri, migliorare i servizi e la formazione professionale, favorire strutture ricettive di qualità e contrastare ogni forma di irregolarità. Dobbiamo passare dall’idea di una Sicilia semplicemente visitata a quella di una Sicilia vissuta, conosciuta, attraversata. Un turismo simile produrrebbe un’economia diffusa: guide, archeologi, ristoratori, albergatori, agricoltori, artigiani, operatori culturali, professionisti del digitale, imprese dei trasporti.
E tornano ancora una volta loro: i giovani. Perché cultura, ambiente e turismo possono diventare un gigantesco laboratorio di nuova occupazione qualificata. La nostra bellezza deve smettere di essere soltanto un’eredità ricevuta dal passato e diventare un investimento sul futuro.
Il diritto di curarsi in Sicilia
C’è infine una questione sulla quale, in quanto medico siciliano, mi sento di poter dire che nessuna comunità può permettersi compromessi: la salute.
La qualità di una società si misura anche dalla risposta che riesce a dare nel momento in cui una persona è più fragile. Troppi siciliani conoscono invece il peso delle liste d’attesa, delle distanze, della carenza di servizi territoriali. E troppe famiglie conoscono ancora il dolore aggiuntivo di dover lasciare la Sicilia per cercare altrove una cura. Questa condizione non può essere accettata come inevitabile.
La sanità siciliana possiede medici, infermieri, ricercatori e operatori di straordinario valore. Anche qui il punto di partenza deve essere liberare le energie migliori e metterle nelle condizioni di lavorare. Servono investimenti, certamente. Ma insieme alle risorse occorrono programmazione, competenza e responsabilità. Bisogna rafforzare la medicina territoriale e la prevenzione, ridurre drasticamente le liste d’attesa, investire nelle tecnologie e nella ricerca, rendere più attrattive le nostre strutture per i professionisti migliori e garantire standard di assistenza omogenei, dalle grandi città ai comuni dell’interno e alle isole minori. Nessun siciliano dovrebbe essere costretto a scegliere tra il proprio diritto alla salute e la propria terra.
E anche nella sanità dobbiamo spezzare definitivamente il legame tra nomina e appartenenza, tra responsabilità e fedeltà personale. Quando è in gioco la salute delle persone esiste un solo criterio accettabile: scegliere chi è più capace di garantire il miglior servizio possibile ai cittadini.
La Sicilia che sceglie il futuro
Caro Direttore, la Sicilia che vorrei non è una Sicilia senza problemi. Una terra così non esiste. È una Sicilia che ha finalmente deciso di non considerare più i propri problemi come un destino.
Vorrei una Regione che scelga le persone per ciò che sanno fare e non per chi conoscono. Una terra nella quale un ragazzo possa partire per conoscere il mondo senza essere costretto a partire per avere un futuro. Una Sicilia che guardi il Mediterraneo e, invece di vedere un confine, riconosca il proprio spazio naturale.
Vorrei un’isola che faccia della sua storia millenaria una vocazione all’incontro, che sappia accogliere senza rinunciare alle regole e che trasformi la diversità in energia culturale.
Vorrei una Sicilia collegata, moderna, capace di intercettare le grandi rotte commerciali tra Africa, Asia ed Europa. Una Sicilia che protegga la propria bellezza facendone, allo stesso tempo, una fonte di lavoro, conoscenza e sviluppo sostenibile.
E vorrei una terra nella quale nascere lontano da un grande centro non significhi avere meno possibilità di studiare, lavorare o curarsi.
Ma soprattutto vorrei che smettessimo di raccontare la Sicilia soltanto attraverso ciò che le manca.
Per troppo tempo abbiamo oscillato tra due rappresentazioni ugualmente ingiuste: da una parte la Sicilia irredimibile, condannata ai propri mali; dall’altra una Sicilia celebrata retoricamente come la terra più bella del mondo, quasi che la bellezza potesse dispensarci dal dovere di farla funzionare.
Io credo che sia arrivato il momento di una terza strada: amare la Sicilia abbastanza da pretendere di più da lei e da noi stessi.
Non ci manca l’intelligenza. Non ci manca la cultura. Non ci manca la posizione geografica. Non ci manca la bellezza. Non ci mancano donne e uomini capaci. Ci è mancata troppe volte la capacità di trasformare tutto questo in sistema. È questa la sfida.
Fare in modo che un giovane siciliano non debba più domandarsi dove andare per costruire il proprio futuro, ma quale futuro possa costruire qui.
Fare in modo che il Mediterraneo torni a essere per noi non il mare che ci separa dal mondo, ma quello che ci mette al centro del mondo.
Fare in modo che la parola Sicilia non evochi più soltanto lo splendore di ciò che siamo stati, ma la forza di ciò che saremo riusciti a diventare.
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Questa è la Sicilia che vorrei. Non una terra alla quale chiedere di dimenticare il proprio passato, ma una terra finalmente abbastanza libera da non esserne prigioniera.
Pietro Bartolo




