Il 'peccato' di fare - Live Sicilia

Il ‘peccato’ di fare

Pensieri a margine di uno spettacolo leggero e profondo come la "Volata di Calò". La storia e il sogno di una Sicilia non gattopardesca, che si sbraccia per andare avanti.

La recensione
di
5 min di lettura

Mi frulla da tempo in testa il titolo di un libro non ancora pubblicato, “A noi ci ha rovinato il Gattopardo”. Lo sa il mio coautore col quale, incostanti, avanziamo lenti in una riflessione che ci portiamo addosso da anni. Senza ovviamente denigrare la saga di Tomasi di Lampedusa, il romanzo che resta un cardine della letteratura, avevamo pensato a quel titolo per smontare le insidiose interpretazioni sulle quali molti siciliani spesso si sono maldestramente cullati, riproponendo un certo egocentrismo che li porta a considerarsi unici al mondo, perni di un pianeta in cui con apocalittica indolenza si rassegnano all’adagio per cui tutto sarà come sempre è stato. E che a nulla vale il fare.

Ecco, mettendo una sera a Catania l’estro di un autore ormai strutturato come Gaetano Savatteri e la trasposizione teatrale della leggenda di Calogero Montante, un visionario e geniale pioniere dell’imprenditoria attivo con le sue biciclette fra Serradifalco e Caltanissetta prima e dopo la seconda guerra, ho capito come la storia siciliana almeno in qualche caso non abbia castigato il peccato di fare.

Questo il valore di una profonda e leggera pièce teatrale che dovrebbe essere consigliata soprattutto ai giovani per provare anche loro a cimentarsi in quella sana corsa di Montante che Savatteri ha intitolato “La volata di Calò”, un romanzo edito da Sellerio, adesso in scena al Teatro Musco di Catania per la regia di Fabio Grossi, primo attore il grande Mimmo Mignemi, un cast di giovani talenti cresciuti alla scuola dello Stabile presieduto da Nino Milazzo e diretto da Giuseppe Dipasquale.

Leggeri i settanta minuti di spettacolo per il modello adottato da Grossi. Quello di una favola che comincia con il classico “C’era una volta…”. Con i cartoni animati sullo schermo dove poi si susseguono le foto di un Novecento che scorre rapido fra dagherrotipi ed eventi sintetizzati nei titoli della Gazzetta dello Sport. Presenza “rosea” legata a doppia mandata alla storia di Calogero Montante, il ciclismo nel cuore, innamorato di Binda e Girardengo.

Leggeri i settanta minuti, ma profondi perché al centro di quella Sicilia popolata da “nobili che non lavoravano mai”, da principi, baroni e squattrinati gattopardi pronti a lasciarsi addentare da iene e sciacalli, tra zolfare e feudi contaminati da parassiti e mafiosi, spicca il modello del pioniere. La figura di Montante, pronto a cucirsi addosso da solo gli abiti di una assente borghesia produttiva. Deciso a ribaltare il pessimismo dei “vinti”. A tradurre la passione sportiva in sano coraggio imprenditoriale, fino a mettere in piedi una ditta.

E, guarda un po’, è proprio l’embrione della stessa azienda che ha resistito dalla prima metà del Novecento ai nostri giorni. Senza mai lasciarsi contaminare dall’ambiente circostante, dall’indolenza e dal sopruso. Oggi fiore all’occhiello di Antonello Montante, nipote diretto ed erede del precursore, diviso fra la nicchia produttiva che ormai realizza bici di lusso per i mercati internazionali e la presidenza di Confindustria in Sicilia, suggello di tante battaglie di legalità condotte contro mafia e racket accanto a protagonisti come Ivan Lo Bello.

Flash di cronaca che affondano in una storia antica. Una storia proposta da Savatteri offrendo una somma di metafore con la puntualità di continui richiami alla letteratura e allo sviluppo di un secolo cominciato con la nascita di Calogero Montante, nel 1908. E lui che avrebbe potuto vivacchiare senza problemi fra le terre di famiglia, da agiato possidente, preferisce appagare la passione che lo ispira sporcandosi le mani nell’officina di uno zio dove modella ferri e legni realizzando la sua prima bici.

Ecco il trampolino di lancio per mettere in piedi una fabbrica. Per ribaltare l’idea di un’isola dove spesso mancano spirito di iniziativa e rischio imprenditoriale. Contraddicendo il modello di chi, immobile, si ferma al tutto sarà come sempre è stato.
E’ di opposto parere Montante e lo spiega bene l’Io narrante in scena al Musco, un professore caratterizzato dal bravissimo Mimmo Mignemi, davanti alla Sicilia “con i suoi nobili che non lavoravano mai” e dove, spiega, “ci volevano più Calò”. E’ il Calò della “volata” che, scopre Savatteri, ha avuto uno straordinario punto di contatto con il padre del commissario Montalbano quando Andrea Camilleri, nel 1943, nei giorni dello sbarco alleato, lascia Serradifalco dove era sfollato con il resto della famiglia e corre fra le macerie per raggiungere il padre, rimasto a Porto Empedocle. Corre per 55 chilometri, anzi “vola” lungo la disastrata Caltanissetta-Agrigento, saltando su una bici. Appunto, una bicicletta Montante. Come Camilleri rivela nel racconto che integra il libro di Savatteri edito da Sellerio nel 2008.

Intrecci e coincidenze del destino. Con Camilleri che non conobbe personalmente Calò Montante. Ma che fece la sua “volata” verso la Valle dei Templi con la bici costruita in quell’officina di Serradifalco. Corse e volate tanti anni dopo evocate dalla Gazzetta dello Sport durante una tappa del Giro d’Italia approdata al Tempio della Concordia. Un commento che resta legato alla favola in scena al Musco perché lo scrisse un maestro come Candido Cannavò, il mitico direttore della “rosea”, intitolandolo non a caso “La volata di Calò”.

Si spiega anche per questo la sponsorizzazione dell’opera teatrale da parte della Gazzetta che, prima della prima, ha reso omaggio sullo stesso palcoscenico alla memoria di Cannavò, altra occasione di riflessione con il vicedirettore del giornale Pier Bergonzi, con l’attore Pippo Pattavina, con Nino Milazzo, presidente del teatro, ex vicedirettore del Corriere, felice come la moglie di Cannavò, la signora Franca Roberto, anche lei presente, quando il sindaco Enzo Bianco ha annunciato che al mitico direttore scomparso nel 2009 intesterà una strada o una piazza di Catania.

Meritato riconoscimento per un altro siciliano che non s’è lasciato rovinare dal Gattopardo.

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