PALERMO – È dura ragionare in termini di soldi e tabelle quando c’è di mezzo il massacro di un bambino. Sacrosanta è la condanna dei carnefici a risarcire il danno subito dalla madre e dal fratello del piccolo Giuseppe Di Matteo, vittima innocente di una guerra infame. Volevano zittire il padre collaboratore di giustizia e se la presero con un bimbo di 13 anni. Lo rapirono e tennero prigioniero. Infine lo strangolarono e sciolsero il corpo nell’acido. Era l’11 gennaio 1996.
Il giudice della seconda sezione civile del Tribunale di Palermo, Paolo Criscuoli, ha condannato Benedetto Capizzi, Cristoforo Cannella, Giuseppe Graviano, Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano e Luigi Giacalone a risarcire con più due milioni di euro Franca Castellese e Nicola Di Matteo. Madre e figlio si sono costituiti giudizio con l’assistenza degli avocati Michele Jeni e Monica Genovese.
È il primo e decisivo passo che dà il via all’iter che porterà ad incassare la somma. Ai boss condannati, prima in sede penale per l’omicidio e ora in sede civile per il danno provocato, negli anni sono stati confiscati i patrimoni. Ecco perché le vittime del loro orrore attingeranno ad uno speciale fondo. È solo una questione di tempo.
La condanna del giudice Criscuoli è esemplare e va oltre le tabelle. Nessuna cifra colmerà mai il vuoto. Il caso del piccolo Di Matteo resta un tragico unicum che sfugge anche alla prassi in tema di risarcimento dei danni.
“Va rilevato che ancora prima dell’omicidio il Di Matteo, tredicenne – si legge nella motivazione della sentenza emessa il 17 luglio scorso – è stato privato dalla liberà personale per oltre due anni. Tale circostanza, in una alle inumane e degradanti condizioni di prigionia, tanto più in considerazione dell’età del soggetto rapito, rendono di primario rilievo il pregiudizio patito dal Di Matteo”.
Ed ancora: “La durata eccezionale del rapimento rendeva sempre più penosa la condizione della vittima e, al contempo, sempre più verosimile la percezione di un esito nefasto del rapimento stesso (in tal senso rilevante anche la condotta dei convenuti di fotografare il minore con una pagina di un quotidiano per fare pressione sui parenti per la ritrattazione in quanto facevano percepire allo stesso minore il rischio elevato di morte in caso di mancata collaborazione dei parenti)”.
Ciò che è stata lesa, aggiunge il giudice, “è la dignità della persona, il diritto del minore ad un ambiente sano, ad una famiglia, ad uno sviluppo armonioso, in linea con le inclinazioni personali, ad una istruzione”. Quale dignità potevano lasciare ad un bambino persone che non ne conoscono il valore. Uccisero il piccolo Giuseppe e condannarono al dolore eterno sua madre e suo fratello. Non esiste cifra che possa sanare l’orrore, ma è sacrosanto che il giudice abbia riconosciuto loro il risarcimento dei danni.

