Catania, l'assassinio di Serafino Famà: "Mio padre è memoria"

L’assassinio di Serafino Famà, 30 anni dopo: “Mio padre è memoria”

Il ricordo del penalista, l'intitolazione del piazzale, le parole della figlia Flavia

CATANIA – Trent’anni da quella sera del 9 novembre 1995. Al volgere delle lancette che segnano le nove di sera, veniva ucciso l’avvocato Serafino Famà. Siamo tra piazza Michelangelo Buonarroti e viale Raffaello Sanzio. L’avvocato Famà viene raggiunto da sei colpi di una pistola Berretta calibro 7,65. Vittima designata della sentenza emessa da un boss di mafia sanguinario come Giuseppe Di Giacomo.

Il ricordo di Serafino Famà

Oggi e domani Catania celebra una ricorrenza tragica che non può essere dimenticata. Che ha l’urgenza indifferibile di essere memoria per sempre. Incontri e dibattiti. Ma anche l’intitolazione a piazzale Serafino Famà. Il minimo sindacale in una città ed un territorio che con la criminalità organizzata si ritrova a fare i conti quotidianamente.

“Mio padre era un grande appassionato di calcio. E quella sera la sua più grande preoccupazione era che non trovava la casacca per la partita del sabato. Assieme a Goffredo D’Antona ed altri colleghi di studio organizzava le partite. Sono frammenti indimenticabili”, racconta la figlia e avvocata Flavia Famà.

“Mi piacerebbe che di mio padre si ricordasse principalmente il modo in cui ha vissuto – prosegue -. E non solo per le modalità terribili con cui ci è stato strappato. Nando Sambataro, Enzo Trantino e mio padre: erano uniti dalla professione, dalla cultura e dallo sport. Trantino faceva l’arbitro, Sambataro allenava e mio padre era attaccante”.

Le indagini e l’insegnamento

La svolta nelle indagini sull’assassinio di Serafino Famà arriva nel ’97. Alfio Giuffrida decide di collaborare con la giustizia. Nel suo curriculum penale c’è il ruolo di vertice in seno al clan mafioso dei Laudani. Il boss rivelerà che a dare l’ordine di uccidere l’avvocato fu Giuseppe Di Giacomo. Reggente della famiglia dei Laudani. Anche Di Giacomo nel 2008 diventerà collaboratore di giustizia. Si accuserà di numerosi omicidi: tra cui quello di Serafino Famà.

“Questi balordi hanno pensato di poter uccidere mio padre o di dar vita alle stragi come a Palermo, perché credevano che vi fosse un contesto sociale che non si sarebbe ribellato più di tanto. E, invece, è proprio quello che io vorrei – dice Flavia Famà -. A maggior ragione a distanza di trent’anni. Ci sono dinamiche che non appartengono semplicemente al passato. E, anzi, è come se ci fosse un ritorno a quegli anni terribili”.

“Mio padre mi ha insegnato di mettere la passione in ogni cosa che faccio e di lottare per i miei ideali. L’inaugurazione della piazza è un gesto che fa sì che vi sia una memoria nella storia. Questa intitolazione permette a chi verrà dopo di noi di interrogarsi sui chi fosse Serafino Famà – conclude -.

Mio padre si dedicava con passione ad ogni processo e ad ogni attività: uno studio meticoloso di ogni causa. Anche questo è un impegno che mi ha trasmesso. E del quale fare tesoro. Così come dell’importanza della storia: se non si conosce il passato si rischia di commettere gli stessi errori. Capiamo se abbiamo imparato dalla storia e cosa c’è rimasto”. 


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