Biagio, Giuditta e quel 25 novembre | Quando i padri impazzirono - Live Sicilia

Biagio, Giuditta e quel 25 novembre | Quando i padri impazzirono

Fu in quel momento che vidi mio padre. Stava armeggiando con lo sportello della sua Ritmo. Mentre tentava di infilare la chiave e non ci riusciva, studiai il suo abbigliamento. Indossava vestaglia e pantofole. I capelli spettinati dicevano che si era appena alzato dal letto.

La memoria dell'incidente
di
52 Commenti Condividi

PALERMO– Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella sono fermi nei ricordi. I compagni di scuola defunti rimangono sospesi nell’eterna giovinezza. Vai avanti, li superi, li guardi, sul limite che hai oltrepassato. Li avverti lontani e vicinissimi, come se fossero figli. Nei ricordi, il fotogramma iniziale della fermata di piazza Croci, a Palermo, lì dove c’era il liceo classico ‘Giovanni Meli’, è in bianco e nero. Il filmino del 25 novembre procede piano, punteggiato dall’effetto neve che offuscava le immagini nei vecchi televisori. Poi si riempie. In salotto, avevamo un vecchissimo apparecchio Telefunken, un francobollo per starci appiccicati nelle serate di Coppa delle Coppe: tecnologia tedesca degli anni ’80. Se ripenso alla strage del ‘Meli’, la rivedo laggiù, a ventinove anni di distanza, in un quadratino di luce opaca.

Eravamo più di trenta, quelli della quarta E, alla fermata di piazza Croci, il venticinque novembre del 1985. Aspettavamo l’autobus numero quattro che avrebbe riportato un plotone di ragazzi a casa. In lontananza suonavano le sirene. Era normale a Palermo, nella città della sfida alla Cupola, la capitale del filo spinato e dei giudici sotto scorta. Antonio, della sezione F, rivale in amore, propose una tregua: “Torniamo a piedi?”. L’aria soffiava calda. La ragazzina dai capelli rossi che entrambi corteggiavamo non filava né l’uno né l’altro. Perché mostrarsi ostili? “D’accordo”. Ci avviammo. Abitavamo dalla parte opposta della città, ma a Palermo splendeva l’estate novembrina. Facevamo ancora i bagni a mare e avevamo quattordici anni. La prima ambulanza la notammo con sufficienza, sulla via del ritorno. Anche questo era normale. La seconda e la terza suscitarono un po’ di curiosità. Non troppa. Eravamo occupati a dare fiato ai polmoni e a raccontarci bugie.
Antonio era un patito di Elvis Presley. Spacciava per sue le canzoni di “The Pelvis”, contando sulla mia ignoranza. Strillava: “Be Bop a Lula”, con atteggiamento intimidatorio. Aveva lo stesso sarto di Fonzie. Io ascoltavo Beethoven e poco altro. Fischiettavo l’incipit della Quinta (“Bo bo bo bom”) e sostenevo di averla composta la sera prima. Antonio della sezione F se la beveva sempre.

Ci separammo all’inizio di via Ausonia, allora famosa per un bar con i cornetti a pezzi stracciati. Il mio compagno di viaggio suonò al citofono con circospezione. Suo padre, un militare inflessibile per orari e ritardi, gli infliggeva reclusioni punitive, col divieto di uscire per mesi interi. Io tornai verso piazza Europa che aveva e conserva una chiesa a forma di barca al centro del suo villaggio. Girai l’angolo. Un’occhiata al portone col numero tredici. Fu in quel momento che vidi mio padre. Era professore al ‘Meli’. Aveva preso qualche giorno di malattia per la tosse che lo tormentava. Stava armeggiando con lo sportello della sua Ritmo. Mentre tentava di infilare la chiave e non ci riusciva, studiai il suo abbigliamento. Indossava vestaglia e pantofole. I capelli spettinati dicevano che si era appena alzato dal letto. Sembrava un sogno, come accade quando le voci che senti vengono da fuori, anche se ti appartengono. Finalmente incrociammo gli sguardi.
Se avessi un Telefunken, punteggiato di neve, rivedrei i suoi occhi adesso. Le pupille affiorate di un uomo, mio padre, che stava ricominciando a sognarmi dopo avere temuto la separazione. Da allora noi non smettemmo di sognarci reciprocamente mai più.

La Tv in soggiorno trasmetteva l’accaduto: “Strage al liceo ‘Meli’. Una macchina di scorta ai giudici Guarnotta e Borsellino è piombata sulla fermata, lì dove i ragazzi prendono l’autobus”. In quell’istante, centinaia di genitori impazzirono di paura. Si precipitarono a piazza Croci, con qualunque mezzo o indumento. Volevano riabbracciare i figli. A due famiglie non fu concesso di ricongiungersi. Nicola Siciliano, operaio della Keller, rintracciò le spoglie di Biagio, quattordicenne, della quarta D, in ospedale. Lo pianse con sua moglie, Maria Stella. Carlo Milella, questore della polizia, pregò con Francesca per la guarigione di Maria Giuditta, diciassettenne della terza B. ‘Titta’, come la chiamavano i genitori, spirò dopo una settimana.

Si accendono luci improvvise che affollano la scena. Il grido di Nicola Siciliano: “Dio, ridammelo! Ridammi mio figlio!”, nella camera mortuaria dell’ospedale Civico. Le lacrime di Stella, di fianco a suo marito. Il silenzio di Carlo e di Francesca Milella, in piedi, al funerale di ‘Titta’. Il preside Aldo Zanca, piegato in due, alla fermata dell’incidente, con una mano sul petto e una a reggere gli occhiali. C’è un’altra figura. Un signore coperto dal cappotto, nella camera mortuaria, paralizzato dal senso di colpa. Il giudice Paolo Borsellino.

Gli studenti stavano dalla parte dei giudici. Stavano con Falcone e Borsellino. Erano gli alleati più sinceri. L’altra città, Palermo degli adulti, li avrebbe abbracciati soltanto dopo morti. La cronaca raccontava una contraddizione che spaccò il movimento studentesco. Due compagni, tra gli amici dei magistrati, erano morti a causa di un’auto di scorta ai magistrati. Qualcuno propose di andare al Comune e “bruciare tutto”. Qualcun altro spingeva per un un assalto alla caserma dei carabinieri più vicina o a Palazzo di giustizia, per rappresaglia. Il rappresentante d’istituto, Costantino Visconti, mantenne la calma. Parlò con gli scalmanati. Sedò la rabbia in una tumultuosa assemblea. A dibattito placato, si nascose dietro una colonna della palestra. E vomitò.

Biagio Siciliano era un ragazzino timido. Ogni mattina, all’alba, saliva sulla corriera a Capaci per non arrivare in ritardo. Il primo giorno, aveva sbagliato classe, finendo nell’aula della nostra quarta E, al piano terra. Durante la lezione, non aveva spiccicato una sillaba, mentre il professore declinava una cantilena in latino: “Rosa, rosae, rosae”. Noi, nel frattempo, pescavamo parole sotto il banco. Chi leggeva la ‘Gazzetta dello sport’. Chi sfogliava un libro. Chi si incantava per una domanda del poeta Villon incontrata casualmente, sfogliando l’antologia: “Dove le nevi dell’altro anno?”. Maria Giuditta Milella aggiornava un diario che è diventato inestimabile dopo la sua morte. Il contenuto lo ha svelato Francesca, la mamma, pubblicando un libro ‘Voglia di risposte’ (è stato recentemente ripubblicato). Le ultime parole della diciassettenne che voleva bene al centrocampista della Nazionale, Giancarlo Antognoni (così c’era scritto sul diario) sono conservate sulla lavagna della sua stanza: “Scrivere Renata tel sabrina stud greco”. Accanto alla lavagna, in quella stanza, nell’appartamento luminoso di fiori e vetrate, su una stradina di siepi di gelsomini non lontana dalla scuola, c’erano un giradischi con la sua puntina, un acquarello di Holly & Hobby, un panda di peluche che Titta smarrì da piccola e miracolosamente ritrovò. A ruoli invertiti, toccò al peluche, attendere il ritorno della bambina smarrita, riempiendosi di polvere sullo scaffale.

Non è stato dato il tempo necessario alla polvere dell’incidente del ‘Meli’, non lo è stato permesso di posarsi sul nostro lutto, subito spazzato via. Palermo ha lavato in fretta il sangue dall’asfalto di piazza Croci. E’ accaduto per l’imbarazzo di una strage provocata materialmente dai buoni che si difendevano dai cattivi. C’è una targa arrugginita. Solo il liceo ricorda ancora, ogni anno.

Alzando il volume del televisorino, si può riascoltare, nitida, la voce di Francesca Milella, la mamma di Giuditta che, anni dopo, sfogò il suo dolore: “Il lunedì precedente al 25 novembre Titta non era andata a scuola. Era venuta da me, in pigiama, con le maniche che le coprivano le mani. Aveva detto: ‘Ho paura. E’ come se ci fosse qualcosa che mi vuole distruggere’. Le avevo permesso di restare a casa. E’ per questo che quel lunedì ho lasciato che uscisse, anche se la sera prima avevamo fatto tardi. Ero ancora a letto. Titta mi ha dato un bacio sulla guancia. Volevo dirle di restare. Poi ho pensato che una settimana prima aveva saltato le lezioni. Sono stata zitta. Mi sono sentita invadere da una felicità pazzesca come se fosse la prima volta che mi baciava”.

La voce di Maria Stella Siciliano: “Quella mattina, Biagio era nervoso. Non mi diede nemmeno un bacio di saluto: ‘Mamma, quando tornerò… Nella camera mortuaria dell’ospedale Civico, mentre piangevo, incrociai due occhi che mi fissavano, quasi bruciandomi per l’intensità dello sguardo. Era il giudice Borsellino”.

I padri scrivevano e ritagliavano. L’operaio Nicola Siciliano raccolse un’intera rassegna stampa, riunendo gli articoli di giornale sull’accaduto. Un quaderno di fogli con annotazioni a margine, chiuso da un titolo: “E’ morta anche Maria Giuditta” e un colpo di pennarello fucsia a sottolineare la notizia. Il questore Carlo Milella scrisse una lettera al presidente della Repubblica, Francesco Cossiga: “Il 25 novembre 1985, Maria Giuditta, la nostra unica figlia, all’uscita del Ginnasio Liceo ‘G. Meli’ di Palermo, dove frequentava la terza B, veniva coinvolta in un incidente. Ventotto persone, fra cui molti studenti in attesa alla fermata dell’autobus, venivano falciati da un’auto di scorta a un magistrato, lanciata a velocità pazzesca. Non sussisteva alcuno stato di necessità con i caratteri propri della concretezza e dell’attualità di pericolo, per cui la velocità folle si risolveva nella causa primaria della tragedia…”.

La tragedia non è mai finita. Il nostro amore è stato consumato, ma questo dolore persistente altro non è che amore che si rinnova. Possiamo amarvi, compagni di scuola in bianco e nero, anche se la lavatrice del tempo ha strizzato, centrifugato e sbrindellato i nostri sogni. Possiamo amarvi, conservarvi nel nostro cuore-televisorino con l’antenna orientata sulla memoria, come quello che trasmetteva con i puntini le semifinali di Coppa delle Coppe. Per azionarlo, basta afferrare la manopola e girarla. Tutto torna al punto di partenza. Tutto ricomincia. Tornano i genitori che sono appassiti, per avere subito il seppellimento dei figli, i padri con la tosse e le dita intrecciate su una chiave di macchina, i vicini di viaggio che non conoscevano la Quinta di Beethoven. Torna il silenzioso Biagio che non baciò suo madre, ma non era Franti, era Garrone in un minuto di rabbia, un dolce ragazzino smarrito.

Tornano le parole di Titta, nell’ultimo giorno della sua vita: “Scrivere Renata tel sabrina stud greco”. Le parole sotto il banco, di gesso ormai sbiadito sulla lavagna. Le parole di cristallo, sciolte come neve al sole.


Le nostre top news in tempo reale su Telegram: mafia, politica, inchieste giudiziarie e rivelazioni esclusive. Segui il nostro canale
UNISCITI


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI

52 Commenti Condividi

Commenti

    Roberto Puglisi, sei un poeta…..

    Un pensiero, lo ricordo come fosse adesso.
    Bravissimo Roberto.

    “anche se la lavatrice del tempo ha strizzato, centrifugato e sbrindellato i nostri sogni…”. Il solito pezzo – cammeo. Talvolta ho il dubbio se leggere fino in fondo o desistere, perché queste cose le ho vissute e mi rinnovano dolore e pianto. Ma ogni tanto un “pianticello” male non fa. Le voglio bene.

    Splendido e struggente. Grazie!

    Grazie. Il ricordo di quella tragedia, rivissuto a tanti anni di distanza assume attraverso le tue parole, una tenerezza che lo rende, se mai fosse possibile, accettabile.

    Tra tanta poesia, dottor Puglisi, neanche lei chiarisce il dubbio trentennale: se non sussistevano motivi di necessità, perchè quelle auto correvano “a velocità folle”? Perchè a qualche autista piaceva fare così?

    Quel giorno,in cui il destino ha stabilito di far conoscere il dolore della perdita a tanti giovanissimi ragazzi,anche io studente del liceo classico Meli ero a quella fermata.
    Il mio autobus insolitamente passò prima e mi riportò a casa a Sferracavallo.
    Pur non essendo compagno di classe,ho conosciuto Giuditta e Biagio di cui conservo vaghi ricordi ma non potrò mai cancellare dalla mente il senso di vuoto,paura e impotenza che la vita mi insegnò in quella circostanza.
    Sono stati anni meravigliosi ed il dolore del ricordo si addolcisce con l’affetto che ancora ora , a quasi trenta anni dalla loro scomparsa , Biagio e Giuditta suscitano in tutti noi.
    Santi Di Piazza liceo classico G.Meli sez.L

    Lo ricordo benissimo quel giorno, eravamo compagni di scuola (io sezione C). C’e’ dell’altro che l’articolo non dice, qualcosa di spiacevole, che non ho intenzione di scrivere pubblicamente.Posso solo dire che il giorno dopo eravamo tutti attoniti, disperati, increduli, come presi da una morsa di gelo. Il giorno prima il nostro pensiero pricipale era la versione di greco, il giorno dopo un vuoto profondo. Almeno ogni tanto ci si ricorda di loro

    Conservo intatto quel drammatico ricordo, arrivai sul posto dopo alcuni minuti assieme a tanti altri studenti scesi dal n.19 perchè il traffico era bloccato.
    Non ho mai dimenticato quel luogo e quella tragedia, anche perchè fu la prima esperienza tragica in questa città dove ero arrivato adolescente per frequentare le superiori.
    Recentemente ho portato le mie figlie a rendere omaggio alla memoria di Giuditta e Biagio.
    Roberto il Tuo racconto oggi mi ha riportato a quel giorno con infinita commozione. Bravissimo

    Anche questi due ragazzi sono vittime della mafia

    Una tristissima storia.
    Grazie signor Roberto per aiutarci a non dimenticare Biagio e Maria Giuditta, che per la mia giovane eta, ricordo vagamente.
    La ringrazio anche per la dolcezza con cui a ricordato di Biagio e Maria Giuditta, dolcezza che ci ha fatto commuovere.
    Oggi pregherò per queste due anime innoccenti.

    Giustissima osservazione!

    Caro Roberto, con tutto il rispetto dei fatti, sarebbe opportuno far sapere a chi non c’era che l’incidente è stato causato da uno sprovveduto che non ha dato la precedenza all’incrocio.

    Robi sei unico, come sempre. Non c’è altro da aggiungere

    Bellismo articolo. Grazie.
    Ricordo quel giorno. Frequentavo la quinta ginnasio al liceo Meli. Quella mattina c’era qualche goccia di pioggia. Mia madre non volle che prendessi il motorino e andai con l’autobus. Uscii da scuola un’ora prima per l’assenza dell’insegnante, solo per questo non ero alla fermata al momento della strage. Appresi la notizia dalla tv appena entrato in casa.
    Conservo ancora il libretto della mamma di Giuditta.

    Quel giorno sarei dovuto esserci anche io a quella fermata, come tutti i giorni all’uscita da scuola. Solo il caso volle che nello stesso istante in cui la macchina piombava sulla macchina, io attraversassi la strada per incontrare un’amica.
    Ricordo come improvvisamente ci fu un silenzio irreale, come un fermo immagine. E poi le urla, i clacson, il sangue. E noi che fermavamo le auto per caricare su i feriti più lievi.
    Ciao Biagio, ciao Giuditta

    Grazie , non dimentichiamo Mai questi due Angeli.

    Eravamo in guerra, noi contro loro, ogni giorno morti ammazzati per strada …..anche questi nostri amici sono morti di Mafia !!!

    Non ero ancora padre allora e Borsellino, padre anche lui, sapeva già di essere al centro del mirino. La guerra uccide sempre anche degli innocenti. Un popolo che combatte lo sa ma ha speranza di vincere la guerra e conquistare il cambiamento per cui combatte o è costretto a combattere. Queste innocenti anime, al cui pensiero oggi piango lacrime di padre e tutte quelle cadute e che cadranno, in nome di cosa sono volate via? La nostra terra, la nostra città, nonostante i sacrifici di vite, si è affrancata? Mi sento di piangere ancor di più, senza speranza, vergognandomi di cosa noi tutti non abbiamo saputo fare per rendere il dovuto onore a tali sacrifici.

    Sono vicino a quei genitori.
    E’ ingiusto sopravvivere così

    Anche io ricordo quel giorno terribile, ero alunno della I D e quel giorno uscii prima perchè mancava l’insegnante dell’ultima ora. Appresi la notizia solo dopo essere arrivato a casa, a Tommaso Natale. Adesso mi trovo ad insegnare nella scuola di Capaci che porta il nome di Biagio Siciliano. Anche quest’anno i ragazzi della mia scuola hanno ricordato Biagio e Maria Giuditta e per me rappresenta un doveroso omaggio alla loro memoria
    B.S.

    Complimenti. Ricordo come adesso quel giorno ero uscito dalla Facoltà di Giurisprudenza e con il bus ci siamo fermati a Pzz Croci. Un dramma un autentico dramma.
    Un pensiero e una preghiera a Biagio e Giuditta

    C’era anche il mio Papa’ amatissimo bidello del liceo Meli.
    Per un fortuito caso si intrattenne a scuola,ma visse raccantando spesso il suo enorme dolore per quella tragedia causata da una testa calda che a velocita’ inverosimile attraverso’ l’incrocio di piazza Croci.

    Preg.mo sig Aurelio lo chieda a chi si è ritrovato per terra con il cranio aperto ed un mitra puntato in faccia!

    Roberto, come sempre mi hai lasciata senza parole. Mi sembrava esattamente di rivivere tutto.

    La delicatezza con cui questo articolo racconta ,ancora una volta ,questa triste storia mi commuove ancora.
    Mi torna oggi il sapore della rabbia provata tanti anni fa da studentessa(1989) quando al ginnasio…al Meli …ci parlarono di Giuditta e di Biagio.
    In questa vicenda priva di speranza, di alternative mi tornano alla mente le parole di un canto che da ” coro” del liceo imparammo a cantare per ricordare i nostri compagni uccisi; …un canto rivolto a loro…” ti alzerà, ti solleverà su ali d’aquila ti porterà sulla brezza dell’alba ti farà brillar come il sole così nelle sue mani vivrai”…
    Un pensiero affettuoso ai genitori di Giuditta e di Biagio.

    Roberto, mi hai commosso. Proprio così, il primo giorno di scuola Biagio, che studiava francese chissà per quale strano motivo venne in quarta E, sezione in cui si studiava inglese. Siamo stati compagni di banco per un giorno. Ricordo come se fosse ora di come mi raccontava della sua giornata, della sua sveglia all’alba per prendere l’autobus n 28 che da Isola delle femmine lo portava a scuola. Da trent’anni, tutte le volte che mi trovo all’incrocio di piazza croci, mi chiedo quale sarebbe stato il suo destino se avesse scelto lo studio dell’inglese.

    Gentile sig. Aurelio,
    Probabilmente, come dice lei, uno sprovveduto non diede la precedenza.
    Non mi risulta che, ogni volta che la precedenza non sia rispettata sulle strade, accada una strage.
    Mi consenta di dire che molto più probabilmente, di sicuro inutilmente, qualcuno viaggiava a velocità eccessiva vicino una scuola.

    Articolo scritto in maniera pessima!

    Tristezza, vuoto enorme, delusione.
    Due ragazzi sono morti…. e l’autista ha continuato a guidare le auto di scorta.
    I giudici, con le loro auto, continuano a seminare il panico nella città di Palermo.
    Ma che vita è questa?
    Un bacio a Biagio e Giuditta, angeli nei nostri cuori.

    complimenti per l’articolo. davvero emozionante. non conoscevo questa vicenda, sono troppo giovane, sono nato qualche anno appresso. due ragazzi normali che si sono trovati in mezzo a una guerra.

    30 anni di dolore per i poveri genitori rimasti a piangere sulle lapidi dei propri figli……Dio mio, aiutami a non pensare cosa avrei fatto se fosse capitato a me, se fossi stato un genitore di allora o di adesso…non avrei più la forza di vivere…..prego per i genitori e per le anime dei poveri ragazzi……..

    Grazie Roberto per quello che ci fai vivere attraverso i tuoi articoli. Non ho conosciuto quei ragazzi, ma sono vicina al dolore delle loro famiglie. Ho provato tanta pena e mi sono commossa per questo articolo, anche perché una persona a me cara ha raccontato di aver vissuto personalmente quei momenti. Addio Biagio e Titta, siete i nostri angeli.

    Tutti noi ex studenti del Meli, purtroppo , ogni anno ,ricordiamo questi due nostri sfortunati compagni di scuola…che hanno avuto solo la colpa di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Mi viene spontanea, camminano x strada, proprio in quella zona , una riflessione : perché dopo quello che è’ successo si continua a correre con le auto di scorta, senza stare attenti al rosso del semaforo, invadendo le corsie opposte etc? A cosa ed a chi e’ servita questa strage? A nessuno!
    ….questo modo di circolare x le strade con le auto di scorta , ancora purtroppo routinario, non ha salvato la vita al povero Borsellino…così come ai nostri due poveri compagni di liceo!

    In effetti, un familiare di una delle due vittime è stato assunto alla Regione siciliana.

    E da un rappresentante delle forze dell’ordine che guidava, senza alcuna necessità, l’auto di scorta a velocità elevata. Molti erano, in quel periodo ed anche dopo, gli “esaltati” al volante di auto blindate…..

    Giusto e struggente ricordo di una delle tragiche pagine di Palermo.
    Solo che in questo caso le vittime sono state due ragazzi nel fiore della giovinezza. Spero che questo articolo e la sentita partecipazione di tanti lettori possano, anche in minima parte, far sentire ai genitori e familiari di Biagio e Giuditta che qualcuno li pensa ancora e prega per loro.

    Non voglio parlare dell’auto ad incredibile ed inutile velocità, viviamo tutti a Palermo e, ad ogni incrocio, ingorgo o semaforo, i lampeggianti si accendono per rispegnersi superato l’ostacolo, mi fermo. Ripenso a Biagio, che abitava di fronte casa mia. Oggi ho 38 anni e in una circostanza diversa ho perso un figlio. L’inferno a cui si condanna una famiglia è atroce, la perdita di un figlio è un’amputazione quotidiana, non solo due vite interrotte, ma decine di persone attorno costrette ad una ferita che non si rimargina. Vi prego, non cercate parole per giustificare, per spiegare o immolare, abbiate pietà per chi è rimasto e vive ogni giorno quello che per noi è stato un “brutto caso “. Trovate parole di conforto per le famiglie, che leggeranno. Vi sono vicina con tutto il cuore.

    Ho quel libro, Voglia di Risposte. Lo conservo con affetto dal 1989 (mi sembra). Un anno andai anche alla commemorazione dell’incidente. Ogni anno, il 25 novembre, penso a loro…

    Tra tutte le lapidi sparse per Palermo, quella della strage del Meli mi riempie sempre di dolore piu’ di qualunque altra. Ricordo che a quei tempi quando si sentiva una sirena in lontananza c’era la paura tra la gente, c’era la consapevolezza che si trattava di proiettili impazziti a velocita’ folli. Dopo quell’incidente non si e’ piu’ vista una cosa simile…

    Lo ricordo benissimo sono commossa…e con le lacrime agli occhi…

    …forse voleva dire che nn si sono più visti , x fortuna, incidenti così devastanti. Come si continua a camminare con le auto di servizio e’ davanti gli occhi di tutti. X fortuna le auto di oggi non sono come quelle di 30 anni fa (più sicure, frenano meglio, sbandano meno) …ma il modo e la pretesa di dovere sempre e cmq passare e’ rimasta pressoché identica. E il vero punto x il quale camminare così e’ sbagliato x tutti…e’ che purtroppo la storia ci ha insegnato che questo modo di circolare non garantisce l’incolumità dei giudici, ma minaccia quella delle persone comuni, di noi

    Quel giorno uscimmo prima. improssivamente a casa mia inizaronoa telefonare i aprenti per sapere come stessi…non capivamo. Poi le notizie e tutto divenne irreale. Lo so io come vidi entrare in classe un paio dei miei compagni che si erano fermati…uno di loro aveva “sbattuto” contro un “albero”

    GIa’…quello a cui mi riferivo con “episodi spiacevoli”. Dei miei compagni provarono a soccorrerli subito ma l’incontro con lo sbarramento non fu piacevole

    Diciamo che si vuole mantenere edulcorato il racconto…ripeto:in questa tragedia gli unici buoni sono i ragazzi

    Quella loro e’ una targa nascosta, sembra quasi che si vergogni…c’e’ la fermata e nell’ombra c’e’ lei. per diversi anni c’e’ stata la vernice rossa a terra a ricordare il loro sangue ma le piogge l’hanno lavata via e con l’ultima traccia anche l’ultima curiosita’ che poteva spingere un passante a girarsi e leggere la lapide. Nemmeno il meli sta piu’ la’ da tanto tempo cosi’ sembra che quasi ci si sia dimenticati di loro. Ogni volta che si sentono le sirene spiegate delle auto di scorta si ha paura…poi magari si scopre che il problema era l’ingorgo

    nn ricordavo questa vicenda…mi ha molto commosso ……sn vicina ai genitori… per loro il tempo si è fermato, ma il dolore si rinnova … mi dispiace..

    Ero alle elementari ma ricordo molto bene questa vicenda. Le maestre ne parlavano a scuola, erano sgomente, avevano gli occhi lucidi e noi bambini dispiaciuti e spaventati. Riposino in pace, un caro abbraccio alle famiglie.

    Due anni dopo ero studente del Meli, ci hanno parlato sempre ovviamente di quella tragedia, mi associo al ricordo

    Grazie Roberto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *