PALERMO – La sua voce ha un tono deciso. Si incrina solo quando Filippo Bisconti parla della sua scelta di collaborare con la giustizia. “L’ho fatto per dare un futuro alla mia famiglia per quanto letteralmente mi hanno abbandonato e perché la mafia va contro i principi religiosi”.
“Ha sbagliato e pagherà il suo conto con la giustizia – dissero moglie e figlia quando si diffuse la notizia del pentimento -. Ha fatto delle scelte di vita che non condividevamo prima e non condividiamo ora”.
Bisconti ieri ha deposto in aula per rispondere alle domande del pm Dario Scaletta. Ha confermato il suo ruolo di capo mandamento di di Belmonte Mezzagno in “cogestione – come ha tenuto a precisare – con Salvatore Sciarabba, più anziano di me”. Il processo è quello che si sta celebrando davanti al Tribunale presieduto da Fabrizio La Cascia e che vede imputati i presunti componenti della famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù.
Bisconti ha ricordato di essere stato “ritualmente combinato dopo le festività del 1998, alla presenza del capo mandamento di Belmonte Benedetto Spera, di Giuseppe Spera e Nicolò La Barbera”. Si è auto attribuito la patente di “colletto bianco” per via della sua attività di imprenditore edile.
La sua vita mafiosa iniziò quando gli proposero di avvicinare gli altri imprenditori: “Me lo chiedeva il mafioso”. A volte, però, erano le vittime a consegnarsi al carnefice: “Mi chiedevano di raccomandarli per evitare guai, erano motivati dal bisogno”. Il bisogno di pagare meno pizzo e di evitare guai nei cantieri. Da uomo d’onore Bisconti si è ritrovato capo, sono ancora parole sue, “per inerzia, quando tutti i capi sono finiti in carcere”.
Tra gli imputati del processo il collaborante ha detto di conoscere i cugini che portano lo stesso nome: “Cosimo Vernengo”. E per distinguerli ha fatto ricorso ai soprannomi: “Spugnina” e “Pennacchione. “Uno è figlio di Pietro Vernengo e l’altro di Antonino”.
Il figlio di Pietro è uno dei boss scagionati dopo anni di detenzione per la strage di via D’Amelio. Alcuni anni fa è tornato di nuovo in carcere. Si sarebbe dedicato al business delle pompe di benzina. Di recente è stato condannato in primo grado perché avrebbe imposto il pizzo alla famiglia dell’ex onorevole Gennuso, titolare di una sala bingo nel rione Guadagna.
Cosimo Vergengo fu presentato a Bisconti da “Giulio Gambino, uomo d’onore di Santa Maria di Gesù in un negozio di ceramica”. Il pentito non ricorda la data, ma sono trascorsi parecchi anni. A sua volta il “pennacchione” gli presentò il cugino “spugnina, lui è stato arrestato per la vicenda Borsellino e poi è uscito”. Si incontrarono “in una traversa di via Buonriposo che va a finire in via Oreto… ho attraversato la strada e mi sono fermato e il pennacchione mi ha presentato spugnina’”.
Bisconti ha parlato anche di Franco Urso, figlio di Giuseppe Urso, un altro degli scagionati dall’eccidio di via D’Amelio. Urso jr, condannato per avere ferito Luigi Cona, vicenda che avrebbe scatenato la follia che portò all’omicidio di Mirko Sciacchitano, aveva “cercato” Bisconti perché voleva una “raccomandazione” con un grosso distributore di prodotti petroliferi: “Aveva rapporti commerciali con Franco Urso”, il quale chiedeva uno sconto sul prezzo e pagamento dilazionati.
Di Urso Bisconti non ha mai avuto una buona considerazione. Era uno che “beveva e chiacchierava troppo”. Nonostante la pessima reputazione, e questo è uno dei punti che secondo i legali della difesa, gli avvocati Marco Clementi e Giovanni Castronovo, non renderebbero credibile il suo racconto, Bisconti decise di incontrare Urso. “Le sue sono solo deduzioni”, hanno detto i legali.

