Clan Laudani, i ‘nuovi capi’: appelli al processo Terra Bruciata

Clan Laudani, i ‘nuovi capi’: appelli al processo Terra Bruciata

Sedici condanne in primo grado. Ma ci furono anche assoluzioni

RANDAZZO (CATANIA) – Imprese costrette a vivere nella morsa degli uomini del pizzo, vagonate di droga in giro per le strade e l’imposizione di un potere sanguinario, opprimente e iniquo. A Randazzo, chi scrive la parola mafia, legge clan Laudani, che fa riferimento ai Santapaola-Ercolano. Laudani e Santapaola, di fatto, sono la “stessa cosa”. Ma i suoi capi e le regole sono diverse. Capi che qui fanno parte, storicamente, della famiglia Sangani.

Approda in appello il processo Terra Bruciata, dal nome del blitz che ha decapitato il clan in città. In primo grado in sedici sono stati condannati dopo un’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto di Catania Ignazio Fonzo, sostituti Alessandro Sorrentino e Assunta Musella. A presentare ricorso sono stati i legali degli imputati, che contestano la sentenza emessa dalla quarta sezione penale del tribunale di Catania.

Le condanne di primo grado

In tutto le condanne in primo grado furono sedici. I giudici hanno inflitto 30 anni di reclusione a Salvatore e Francesco Sangani. Il primo sarebbe stato il referente del clan Laudani in città. Il secondo è suo figlio e secondo la Dda di Catania partecipava alle azioni del gruppo. Le difese hanno presentato ricorso in appello.

Tra qualche giorno l’udienza sarà fissata. In primo grado c’erano state condanne ma anche otto assoluzioni per alcuni dei reati contestati. E per questo anche la Procura avrebbe fatto  ricorso in appello, ma la notizia non è ancora ufficiale.

La ‘storia’ del clan Sangani

Secondo gli inquirenti, in pratica, vista la prolungata detenzione di Oliviero Sangani, a comandare in città sarebbe stato suo fratello Salvatore, uscito dal carcere nel 2008, con i figli e con l’aiuto del nipote. Turi Sangani, in sostanza, sarebbe divenuto il capo, assumendo un ruolo importante, in grado di fargli sentire addosso i ranghi del capo e pretendere obbedienza. “Io non – avrebbe detto nelle intercettazioni – non mi devo bisticciare con nessuno… si fa come dico io e basta!”.

Per la Dda, i Sangani avrebbero un’organizzazione presente e forte. Qui il gruppo utilizzerebbe il metodo mafioso per commettere “una serie indeterminata di delitti contro la persona e il patrimonio (tentati omicidi, estorsioni, minacce, danneggiamenti)”. Per l’accusa avrebbero commesso, a vario titolo, gli indagati, reati in materia di armi, al fine di mantenere i rapporti di forza nel territorio.

L’altro scopo del gruppo sarebbe stato controllare le attività economiche e politiche locali. E assicurare il sostentamento economico degli affiliati detenuti. La presenza del clan avrebbe anche ”condizionato il libero esercizio del voto in occasione di consultazioni elettorali”. Questo “per la realizzazione di profitti o vantaggi ingiusti, per sé e per altri”.

I pentiti: Carmelo Porto

Tra i pentiti che hanno parlato del clan vi è Carmelo Porto, ex boss del clan Cintorino, che ha cominciato a parlare nel 2019 e che per l’appunto, essendo un boss, è ritenuto particolarmente attendibile.

“Ho sentito parlare dei Sangani come famiglia mafiosa presente nelle zone di Randazzo come referente dei Laudani – ha detto ai magistrati -. Con loro tuttavia non ho mai avuto rapporti perché, come già detto, mi rivolgevo direttamente ai vertici di Piedimonte Etneo i quali erano in posizione di supremazia rispetto a tutte le locali articolazioni. Voglio precisare che essendo io apicale mi rivolgevo solo ai reggenti e non avevo rapporti con i ragazzi”.


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