Di sera, a Mondello, i gabbiani ritornano padroni della spiaggia. Il popolo dei selfie se n’è già andato. Restano le ali a strascinarsi sulla sabbia, bianchissime. Ogni gabbiano è come una memoria che prende forma e consistenza e poi si alza in volo.
E io ricordo certe estati degli anni Ottanta, su un balcone a Piazza Europa, in una piccola selva floreale di gerani e piante grasse. La tv in bianco e nero fissata su quel balconcino di fortuna lo rendeva simile a una arena sospesa nel vuoto, al sesto piano. Davano quasi sempre film americani con John Wayne che erano i preferiti di mio padre e c’erano tramezzini preparati da mia madre per aiutarci, con le proteine giuste, a sostenere l’eroe nello sforzo della battaglia. Gli indiani posavano da cattivi, dipinti con colori pugnaci, perché ancora non ci avevano spiegato che le vittime erano loro, non i soldati blu perfettini, pettinati e montati su un cavallo baio. Da sotto salivano voci di altre famiglie, acquartierate su altri balconcini con i gerani. La sera portava, da lontano, l’odore del mare. Anche allora, a un certo punto, calavano i gabbiani a riprendersi il regno dei cieli e il silenzio violato dagli spari di una colt cinematografica.
E io ricordo certe mattine al Superlido Battaglia di Isola delle Femmine. Una colazione spartana alle otto, poi si partiva sulla 126 verde di papà fino al mare. Il bagno si faceva, per prudenza gastrica, intorno alle undici, nonostante una scarna colazione di latte macchiato e biscotti sminuzzati. Nel frattempo, il lido di Isola si popolava di personaggi affascinanti. C’era Big Jim, uno dei primi palestrati dell’epoca, in tutto e per tutto simile al pupazzetto della Mattel, ma senza il pulsante da pigiare sulla schiena per la mossa di karate. C’era lo zio Gino che era stato in Francia e la Tour Eiffel gli era rimasta appiccicata agli occhi, luminescente e intoccabile, sicché ne parlava sempre, attaccando bottone. C’era don Paolino, il padrone delle macchine, il posteggiatore, cioè: viveva in una capanna assolata e masticava tabacco come uno dei personaggi de ‘L’Isola del tesoro’.
C’erano le ragazze, in castigatissimi costumi interi, che scompaginavano la mia fantasia di quasi bambino. Avevo letto l’Odissea, perciò le paragonavo alle sirene, anche se il loro canto era un’occhiata fuggevole d’acquamarina, vegliata dallo sguardo cupo di un padre. E c’era il mare con una decalcomania di isolotto quasi disegnata sull’azzurro: l’Isola delle Femmine, appunto. Pensavo che, arrivandoci, avrei trovato chissà quale tesoro. Un compagno di nuotate che c’era stato mi dissuase: “Solo capre ed erba alta”. I gabbiani schiamazzavano, con un grido si lanciavano a pelo d’onda.
E io ricordo certe notti ad Aci Castello a guardare le stelle e i gabbiani dalla soffitta di una casa sugli scogli. Andavo solo o con mio padre, ma quando andavo da solo mi prendeva il brivido freddo di una trasgressione nell’afa catanese che, talvolta recava in dote il nero brontolio del vulcano. Era un attimo: mi riprendevo subito, immaginando di essere un avventuriero, l’eroe di un libro. Jim che, nel romanzo di Stevenson, regge il confronto con il perfido pirata John Silver. Il caporale Rusty che accompagna Rintintin nelle sue mirabolanti imprese, ancora in mezzo a cattivissimi indiani. Atreiu, il cavaliere dai pochi anni e dallo smisurato coraggio, che corre in soccorso del regno di Fantàsia per salvare l’infanta imperatrice. Allora, non avevo più paura su quella soffitta da cui si scorgevano il mare e l’ombra di un vulcano.
Queste sono le estati che io ricordo, adesso che è ancora estate, mentre non le ritrovo più se non nella stinta memoria di una soffitta vicina alle stelle. E non basterebbe il selfie più grande del mondo per raccogliere un granello di tutta quella sabbia perduta.

