Il cieco guidava un Suv a Monza ma non falso invalido né truffatore

Il cieco guidava un Suv ma non è un falso invalido né un truffatore

La vicenda giudiziaria che ha portato all'assoluzione di un cittadino pachistano

MONZA – Si mise al volante di un Suv nonostante fosse cieco. Un’imprudenza, ma non è un falso invalido che ha truffato lo Stato. Può essere così riassunta la vicenda giudiziaria che ha portato all’assoluzione di un cittadino pachistano.

Come si è arrivati all’ipotesi del falso invalido

I fatti sono del 2021. L’imputato, amministratore di numerosi punti vendita in centri commerciali del Nord Italia, e che vive in Brianza da ormai più di un decennio, si reca al pronto soccorso. È caduto due volte in pochi mesi e ha perso la vista prima dall’occhio destro e poi dal sinistro.

C.H.Z. si sottopone a numerose visite. Oftalmologi e medici legali concordano nella diagnosi: non vede più da un occhio, mentre dall’altro ha un visus di appena 1/50. Al massimo può percepire la luce o movimenti a breve distanza.

Nel 2022 la “Commissione Medica per l’accertamento dell’Invalidità civile, delle condizioni visive e della sordità” di Monza gli riconosce lo status di “cieco assoluto” attribuendogli il diritto di percepire la relativa pensione.

Dopo qualche tempo C.H.Z. viene visto mentre attraversa la strada e camminare da solo. Parte un’indagine e l’imputato viene fotografato e filmato addirittura mentre guida un Suv.

L’inchiesta e l’arresto

La Procura di Monza lo accusa di essere un “finto cieco”. Diventa l’emblema di come i “furbetti” riescano a raggirare tutti e scatta l’arresto. Trascorre un anno fra carcere e domiciliari. Gli sequestrano conti correnti, somme di denaro, orologi e gioielli. L’Inps gli revoca la pensione. Finisce sotto processo per truffa, falso e riciclaggio davanti al giudice monocratico di Monza, Giulia Marie Nahmias.

L’avvocato Marco Di Maria

La tesi difensiva

L’imputato si affida all’avvocato Marco Di Maria del foro di Palermo, che ha seguito diversi casi come il suo, e all’avvocato Giuseppe Di Palo di Napoli. “I requisiti per il riconoscimento dello status di cieco assoluto sono esclusivamente di carattere medico, in presenza dei quali non rileva se l’invalido, in qualche modo, per la propria capacità di adattamento o per incoscienza, riuscisse comunque a compiere determinate azioni, anche complesse”, hanno sostenuto i legali.

Tra l’altro, la condizione di cieco assoluto, secondo la legge, può essere riconosciuta non solo a chi non veda assolutamente nulla da entrambi gli occhi, ma anche a chi conservi un minimo di residuo visivo al di sotto del 3%. “Tale residuo visivo ammesso dalla legge per il riconoscimento della qualità di cieco assoluto – hanno aggiunto i legali – può consentire in alcuni casi anche di muoversi in autonomia, di leggere o compiere alcuni atti di vita quotidiana”.

Una volta dichiarata la cecità assoluta diventa irrilevante se in qualche modo, anche mettendo a rischio la propria incolumità, riesca ad attraversare la strada oppure addirittura guidare.

Nel corso del processo è emerso che l’imputato non ha mentito sulla propria condizione, né tratto in inganno i medici dell’Inps. I consulenti medici hanno confermato la sua cecità. Il cittadino pachistano è stato assolto “perché il fatto non sussiste”, contro una richiesta di condanna a 3 anni e sei mesi. Il giudice ha ordinando la restituzione di tutti i beni sequestrati.

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