Come eravamo dieci anni fa | Ritratto di una decadenza

Come eravamo dieci anni fa | Ritratto di una decadenza

Come eravamo dieci anni fa | Ritratto di una decadenza

Com'era la Sicilia nel 2006? E come è diventata? Dieci anni di opportunità mancate, raccontati dai protagonisti di allora.

Se ne sono andati anche i pescatori. Uno su due ha gettato la rete, questa volta per sempre. Anche il mare di Sicilia, oggi, sembra vuoto. Non era così nel 2006, quando gli “impiegati” sugli oltre 3.500 pescherecci dell’Isola erano quindicimila. Dopo dieci anni, sono la metà. È la fotografia di una Regione che affonda nel deserto. Dove non c’è linfa nemmeno per la malavoglia. Eppure, dieci anni fa era diverso. L’estate del 2006 portava un vento fresco, incoraggiante. In tre mesi, tra aprile e luglio, finiva la latitanza di Bernardo Provenzano e l’Italia dei “palermitani” Zaccardo, Barone, Grosso e Barzagli alzava al cielo una impronosticabile coppa del Mondo. È l’alba di un immaginario decennio di speranze tradite.

La speranza e gli errori

“Il problema è proprio questo: ai siciliani è stata tolta la speranza”. Salvatore Cuffaro nel 2006 è rieletto presidente della Regione siciliana. È già indagato per mafia, si dimetterà due anni dopo scivolando su una “guantiera” di cannoli e una condanna per favoreggiamento a Cosa nostra. “Ho fatto tanti errori, chi lo nega? Ma una cosa è certa: la Sicilia di oggi è molto più povera di quella che governavo io”. E i numeri, se guardati con freddezza, danno ragione all’ex governatore di Raffadali. I dati, raccolti nei periodici documenti di programmazione economico e finanziaria della Regione siciliana disegnano una traiettoria puntata verso il basso, una teoria di segni “meno”. Dal Pil all’occupazione, dai consumi agli investimenti. “Abbiamo sbagliato tante cose”, ribadisce Cuffaro, “io per primo, che ero a capo del governo. Ma gli altri? Hanno davvero fatto di meglio?”. Gli altri rispondono al nome di Raffaele Lombardo e Rosario Crocetta. Il primo, nel 2006 aveva da poco dato vita al suo Movimento per le autonomie dal repentino successo e dal fragoroso crollo. Il secondo, dieci anni fa passava alle cronache come il primo sindaco gay d’Italia, dopo aver vinto con difficoltà e grazie a un ricorso al Tar le elezioni a Gela.

Dieci anni fa: crescita, ottimismo e abusi

Nel 2006, ancora, la crisi era lontana. Anzi, la Banca d’Italia in quegli anni fotografa una realtà siciliana frizzante e ottimista. Certo, saranno anche gli anni degli abusi. A cominciare dalla Sanità: il “buco” creato in quegli anni costringe ancora oggi i siciliani a un “piano di rientro” pesantissimo. E sono gli anni in cui le sacche di lavoratori “para-regionali” cresceranno a dismisura. Anni, insomma, in cui si popolano le società partecipate della Regione, facendo lievitare il numero dei dipendenti ben oltre i settemila ancora in servizio al 2016: una amministrazione parallela e costosissima. Ma è anche il periodo che coincide col boom della Formazione professionale siciliana. Uno studio dell’Università di Palermo dimostrerà infatti che proprio nel 2006, a ridosso delle elezioni politiche che confermeranno governatore Cuffaro, il numero dei lavoratori del settore vedrà una vera e propria “impennata”. Un fenomeno che, non a caso, si ripeterà nel 2008 di nuovo sotto elezioni. Mentre adesso, nel 2016, sembrano allungarsi le ombre di una nuova infornata di lavoratori, dopo il ridimensionamento a tratti drammatico voluto dal governo Crocetta.

“Già durante il mio governo ci eravamo posti i primi problemi legati alla sostenibilità economica di certe scelte”. Angelo Capodicasa nel 2006 è, ancora per poco, il segretario regionale dei Democratici di sinistra. Pochi anni prima aveva ricoperto il ruolo di presidente della Regione: “Il governo Cuffaro e quelli che sono seguiti però – afferma – non erano fatti per contenere le spese. Anzi, la loro era una politica di espansione della spesa pubblica. Il 2006, in un certo senso, è uno spartiacque: in quegli anni potevano essere compiute alcune scelte che avrebbero scongiurato le difficoltà in cui ci troviamo adesso. Ma non è successo”.

La crisi e i governi che rovinano tutto

In dieci anni, poi, complici la crisi internazionale e governi regionali non proprio efficienti, crollano tutti i numeri. Nel 2006 il Pil è stimato in crescita dell’1,2 per cento dopo un quinquennio comunque col segno “più”. Da allora un “buio” costante: solo nel 2016 ecco qualche segnale di ripresa: ma il quinquennio precedente racconta un vero e proprio tonfo: -2,4 per cento.

Nel campo del Turismo ecco qualche parallelismo. Il 2006 fa registrare ottime notizie: i visitatori in Sicilia quell’anno sono quasi 15 milioni, con una crescita del 6 per cento rispetto agli ottimi numeri dell’anno precedente; passano dieci anni ed ecco la stessa tendenza: visitatori in crescita del 6 per cento e numeri simili a dieci anni prima. Ma sono altri i dati che oggi fanno piangere. E sono quelli riferiti al lavoro. A cominciare dal tasso di disoccupazione che in dieci anni passerà da circa il 15 al 22 per cento. Tradotto: tra il 2006 e il 2016 hanno perso il lavoro oltre 140 mila siciliani, mentre non si ferma il trend negativo delle imprese con un rapporto in passivo tra aziende aperte e chiuse nell’anno solare, mentre assai peggiori sono anche i dati delle esportazioni.

L’anno delle opportunità mancate

Tutta un’altra storia dieci anni fa. A fotografare la buona salute della Sicilia in quegli anni, come spesso accade, sono i fenomeni più o meno di costume. Il calcio, ad esempio. Nel 2006 sono tre le squadre dell’Isola in serie A. Un record che non ha a che vedere solo col pallone. Dietro i successi del Palermo, del Catania e del Messina, ci sono anche le fortunate storie imprenditoriali del friulano Maurizio Zamparini (che prelevò il Palermo dall’ex patron della Roma Franco Sensi nel 2002) e dei siciliani Antonino Pulvirenti con la sua WindJet (ora fallita) e dei fratelli Franza, padroni dei traghetti sullo Stretto.

“Erano anni di grande ottimismo – racconta Franco Piro, che fu assessore all’Economia pochi anni prima e che nel 2006 faceva da relatore alla Finanziaria nazionale – e in tanti investivano in Sicilia. Persino i cinesi. Proprio in quegli anni, la Cina aveva pensato a un aeroporto nell’Ennese, a Catanenuova: lo avrebbero poi proposto al governo Lombardo, senza successo”. Quell’anno, tra l’altro, in Sicilia c’è ancora la Fiat. Proprio nel 2006 annuncerà il “Piano A”: un nuovo rilancio. Oggi l’azienda ha lasciato Termini Imerese al proprio incertissimo destino. E funzionavano a pieno regime, dieci anni fa, anche i poli chimici: quello di Gela e di Priolo, mentre era ancora attiva la centrale di Milazzo. A Catania, invece, a cavallo del 2006, Pasquale Pistorio viene nominato presidente onorario della St Microelectronics, società di successo. Non a caso, già nel 2007 lo stesso Pistorio verrà scelto come presidente di Telecom Italia.

Dopo quarant’anni, intanto, veniva completata l’autostrada Palermo-Messina e alcuni lotti della Siracusa-Gela. Rinasceva la zona del porto, sotto la guida dell’ingegnere Nino Bevilacqua, sia con la nuova ‘passeggiata’, sia grazie a fenomeni culturali come la nascita dell’Officina di architettura o della manifestazione Kals’art. Nasceva in quegli anni, dall’idea di Francesco Foresta e Giuseppe Amato, la società Novantacento che darà vita a questo giornale (il primo numero di I Love Sicilia è proprio del 2006). Cresceva il Palazzo Riso, nel pieno centro di Palermo.

Un centro allora in fermento, e che poteva permettersi anche una libreria “classica” come quella di Flaccovio. Strade che oggi somigliano a un“cimitero del commercio”. Hanno abbassato le saracinesche, nel corso di questi anni, tra gli altri, i bar Mazzara ed Extra Bar, la profumeria Hugony, grossi rivenditori di elettrodomestici come “Pedone”. Poco fuori dal centro, ecco la dolorosa chiusura di “Grande Migliore”. Erano gli anni delle aziende in salute, come quella di Lapis o come la “Tecnis” di Mimmo Costanzo, oggi commissariata.

“Il 2006 è stato l’anno delle opportunità mancate. Il 2016 è l’anno dell’assenza di opportunità”. Francesco Maiolini in quegli anni è alla guida di Banca Nuova, istituto controllato dalla Popolare di Vicenza, in grande ascesa, dopo l’approdo in Sicilia giunto nel 2001. Adesso la banca è in grave crisi, proprio a causa dei guai della Pop vicentina. Maiolini nel frattempo è andato via, adesso punta sulla nuova scommessa di Banca Igea. Intanto, nel corso di questi dieci anni, è praticamente scomparso il Banco di Sicilia, mentre anche il Credito siciliano, radicato nella Sicilia orientale, rischia un grosso ridimensionamento.

La scomparsa della politica (e dei politici)

In dieci anni insomma finirà tutto o quasi. E mentre sparivano posti di lavoro e aziende, ecco che a poco a poco scomparivano anche alcuni protagonisti della politica di quegli anni. È il caso di Diego Cammarata, allora sindaco di una Palermo “cool”, poi naufragato politicamente anche in seguito alla vicenda dello “skipper personale” scelto tra gli impiegati di una municipalizzata. Eletto nel 2001, Cammarata sconfisse anche un “quasi alleato” come Francesco Musotto, che verrà poi eletto presidente della Provincia. Nel 2006 i padroni dei Palazzi del potere palermitani sono loro. “Ma ora sto in campagna, questa politica non mi piace più” racconta Musotto, che fino alla scorsa legislatura ha ricoperto un posto di prestigio tra gli scranni di Sala d’Ercole, tra i big dell’Mpa di Lombardo, con cui romperà clamorosamente. “Ho fatto una minchiata”, insiste oggi, con un pizzico di amarezza, ricordando quell’esperienza all’Ars. Altra cosa era il 2006: “Ero alla guida di una Provincia che funzionava, oggi non funziona niente”. E il confronto, proprio in queste ore, è impietoso. Quelle che furono le Province siciliane, oggi, sono degli enti mutilati, disastrati ed eternamente commissariati a causa della sciagurata riforma del governo Crocetta. Se una volta, infatti, gli enti erano anche fonte di sprechi (basti pensare alle sagre di paese finanziate a pioggia, alle condanne contabili che toccheranno altri presidenti, a causa di sperperi di vario tipo), oggi non hanno nemmeno le risorse per tenere le strade in condizioni accettabili, né per garantire a studenti e portatori di handicap servizi da paese civile. “Nel 2006 la politica era un’altra cosa – ricorda Capodicasa – e i partiti sono in crisi, non svolgono più la loro funzione. Faccio solo un esempio: se nel mio partito ti fossi azzardato a prendere una decisione senza convocare gli organismi, ti avrebbero linciato. E non avresti mai fatto l’assessore regionale con appena una legislatura alle spalle. C’era ancora il rispetto di alcune regole, la consapevolezza di dover compiere un cursus honorum. Il mio partito dopo dieci anni? Anche noi – ammette Capodicasa – siamo parte di quella crisi: abbiamo enormi difficoltà a riflettere su noi stessi, a ipotizzare soluzioni per uscirne”.

Capodicasa oggi è ancora un deputato di Montecitorio. Musotto invece guarda lo sfacelo dell’Isola dalla sua azienda agricola. La politica non è più cosa sua. E tra gli “scomparsi”, defilati, ecco anche Rita Borsellino, che nel 2006 sfidò Totò Cuffaro, uscendone sconfitta con onore. Ma sarà un’altra sconfitta ad amareggiare la sorella di Paolo, al punto da spingerla al passo indietro dalla politica: quella alle primarie per sindaco di Palermo dove sarà battuta, tra le polemiche, da Fabrizio Ferrandelli oggi nuovamente candidato a sindaco del capoluogo. Scompare, nel frattempo, anche se di tanto in tanto ci riprova, Fabio Granata, politico in grande ascesa nel 2006, giovane di bellissime speranze, naufragate insieme a Fli, la creatura di Gianfranco Fini. Oggi per lui un impegno “verde” che appare però come un semaforo “rosso” nei confronti del mondo che fu suo: nel 2006 era assessore al Turismo di Totò Cuffaro col quale era stato anche assessore ai Beni culturali nella legislatura precedente, ancora giovanissimo.

Una Sicilia che tradisce se stessa

Ma c’è chi è scomparso solo per finta. Nel 2006, Gianfranco Miccichè oltre a essere uno dei big siciliani del Pdl è anche il presidente dell’Ars. Oggi è sempre lui il leader nell’Isola di Forza Italia. Sembra non essere cambiato nulla. In mezzo qualche lite e qualche sconfitta, come quella alle ultime elezioni regionali. “Ma dieci anni fa – racconta – c’era davvero la politica. Adesso di idee in giro se ne vedono poche, a parte qualche forma di protesta. Il mio ruolo di oggi dimostra che non c’è stato rinnovamento? Noi eravamo già il rinnovamento post-tangentopoli e la classe dirigente di Forza Italia, oggi, è fatta comunque di giovani politici”.

Intanto, nel cuore della Sicilia, montava un altro potere. Un’altra svolta era dietro l’angolo: quella della Confindustria siciliana. Un’altra faccia di quell’ottimismo vecchio ormai di dieci anni. Una svolta antimafia finita male, tra inchieste e veleni che hanno coinvolto, a vario titolo e con gradualità differenti, tutti i protagonisti: da Antonello Montante a Ivan Lo Bello, senza dimenticare l’arresto del presidente della Camera di commercio Roberto Helg (appartenente alla Confcommercio) in una brutta storia di tangenti. Perché dopo dieci anni, l’immagine è quella di una Sicilia più povera, che si è fatta del male da sola. Che ha tradito se stessa. Che ha persino abbandonato il suo mare.

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